LA LOTTA DI AL-SISI AL TERRORISMO NEL SINAI E NEL DESERTO OCCIDENTALE

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La difesa della sicurezza nazionale è la priorità delle scelte di politica interna ed estera del presidente egiziano al-Sisi che, facendo leva su un’ideologia fortemente anti-islamista, ha legittimato la repressione interna, compiuto ingenti operazioni militari e stretto alleanze con alcuni partner regionali. La lotta alle minacce terroristiche, presenti nel Sinai e nel deserto occidentale, è di vitale importanza per la difesa dei confini statali ma anche degli interessi geopolitici del regime.

In seguito al golpe militare del 2013 e la conseguente deposizione del presidente egiziano Muhammad Morsi, democraticamente eletto nelle elezioni post Primavera Araba del 2012, al-Sisi ha iniziato l’iter che lo ha portato ad instaurare un regime militare e dittatoriale in Egitto. Il suo governo è caratterizzato da una forte repressione nei confronti di qualsiasi forma di contestazione interna, come evince dal forte controllo esercitato su media e su qualsiasi forma di espressione pubblica. Il presidente egiziano legittima le sue strategie di hard power, a cui si accompagna una sistematica violazione dei diritti umani, nell’ottica della difesa della sicurezza nazionale. Secondo la narrazione del regime, il principale nemico del popolo egiziano è la Fratellanza Musulmana e i gruppi islamisti affiliati che sono indistintamente etichettati come terroristi, a prescindere dalla loro natura radicale.

Il terrorismo nella penisola del Sinai

La penisola del Sinai collega l’Egitto al continente asiatico e la sua popolazione è formata principalmente da tribù beduine a cui, nel corso degli anni, sono state negati una serie di diritti politici, sociali ed economici in quanto considerati come abitanti di un’area periferica dello stato egiziano. Sotto il governo di Hosni Mubarak si sono acuite le differenze socioeconomiche tra la parte settentrionale e quelle meridionale della penisola, in quanto gli investimenti fatti nel settore del turismo, ed i relativi benefici, hanno interessato soltanto le aree meridionali. Il malcontento delle comunità locali del nord, dovuto alle loro precarie condizioni socioeconomiche e igienico-sanitarie, ha stimolato i sentimenti anti-regime, il ricorso ad attività illegali – quali traffico di ed armi e di persone – ed il sostegno verso le azioni compiute da gruppi terroristici operanti sul territorio.

[fonte: http://arabpress.eu/la-penisola-del-sinai-natura-storia-e-religione/63732/]

L’organizzazione terroristica Ansar Bayt al-Maqdis, che ha iniziato a formarsi a partire dal 2011 sui resti del gruppo jihadista Tawhid wa al-Jihad, ha acquisito maggiore forza in seguito al golpe militare del 2013. A partire dal 2014 i combattenti appartenenti al gruppo Ansar Bayt al-Maqdis si sono ricostituiti come ramificazione egiziana dello Stato Islamico, dichiarando la loro fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi e prendendo il nome di Wilayat Sinai (Provincia dell’Isis in Sinai). Le loro azioni terroristiche hanno portato all’uccisione di civili e di soldati egiziani all’interno della penisola, ma hanno anche colpito le minoranze religiose dei copti cristiani presenti al Cairo ed Alessandria.

Il regime di al-Sisi ha costruito un’immagine del Sinai come un’area estremamente pericolosa, al cui interno circolano gruppi jihadisti finanziati dalla Fratellanza Musulmana. Così facendo, il presidente egiziano ha inasprito le leggi antiterrorismo, dichiarato lo stato di emergenza all’interno del paese e rafforzato la repressione interna. Il massacro avvenuto a novembre 2017 nella moschea al-Rawdah, situata nel villaggio di Bir al-Abed a nord del Sinai, ha costituto l’occasione per il lancio dell’operazione militare Comprehensive-Operation Sinai nel febbraio 2018. Questa ingente operazione anti-terroristica – in cui stati impiegate forze militari terresti, marittime ed aree – ha interessato non solo i territori del Sinai ma anche quelli del Delta del Nilo e nel deserto occidentale.

Lo svolgimento della Comprehensive-Operation Sinai ha portato a forti abusi di potere da parte delle forze militari egiziane e sono state compiute una serie azioni ai danni delle popolazioni locali: la demolizione di abitazioni e edifici commerciali, dislocamenti forzati, arresti di massa e detenzione arbitrarie. Questa situazione ha aggravato il malcontento delle comunità locali del nord, offrendo terreno fertile ai militanti jihadisti per reclutare nuovi combattenti. Alcuni forze locali, infatti, hanno visto nei gruppi jihadisti i loro unici ‘’difensori’’ dinnanzi alle violenze messe in atto dalle forze governative nello svolgimento delle operazioni della Comprehensive-Operation Sinai.

Gli attacchi di Wilayat al-Sinai continuano tutt’oggi a nord del Sinai, come mostrano i recenti avvenimenti. Il 2 febbraio di quest’anno si è verificato un attacco ad un gasdotto situato nel villaggio di Bir al-Abd, che trasporta gas naturale da Israele. Tra la notte del 18 e del 19 marzo, è stato svolto un attentato nella città di Rafah, al confine con la strica di Gaza, in cui sono stati uccisi alcuni membri dell’esercito egiziano ed un altro attacco terroristico è avvenuto a Bir al-Abd tra il 29 e il 30 marzo.

[fonte: Mohammed Saber/EPA]

Il flusso di armi e di jihadisti al confine con la Libia

La controrivoluzione del 2013 – che ha seguito la Primavera Araba del 2011 – ha portato all’istaurazione di un regime militare e dittatoriale ancor più repressivo di quello di Mubarak ed al rafforzamento dei gruppi terroristici situati nelle aree periferiche del paese: la penisola del Sinai e il deserto occidentale. Tra il 2013 e il 2014, molti combattenti jihadisti egiziani sono confluiti all’interno di alcuni gruppi terroristici libici conducendo attacchi congiunti e costituendo una fonte di forte instabilità per i confini occidentali dell’Egitto. La deposizione di Gheddafi nel 2011, e la fallimentare formazione di un governo centrale unitario all’interno della Libia, ha portato ad una forte frammentazione politico-territoriale ed all’emergere di gruppi militari terroristici che si sono rafforzati sfruttando i vuoti di potere presenti sul territorio statale. Organizzazioni salafite-jihadiste, come Al-Qaeda nel Maghreb islamico e Daish, hanno sfruttato tali instabilità statali per rafforzare le loro reti jihadiste trans-nazionali e ed organizzare attacchi terroristici in diverse aree della regione. La Libia post-Primavera araba appare come uno stato fallito, al cui interno si muovono attori sub-statali e gruppi militari di varia natura. All’interno di questo contesto di forte instabilità, il generale Khalifa Haftar ha lanciato nel 2014 la cosiddetta ‘’Operazione Dignità’’ al fine di debellare i membri della Fratellanza Musulmana e le organizzazioni jihadiste presenti nell’area orientale del paese ed avanzare nella conquista della Libia. Il sostegno dell’Egitto nei confronti di Haftar è legittimato dalla comune ideologia politica anti-islamista dei due generali. Al-Sisi fornisce armi e supporto logistico-militare ad Haftar. Quest’alleanza è di importanza fondamentale per il governo egiziano, in quanto gli permette di difendere i confini statali occidentale ma anche di tutelare i suoi interessi strategici in Libia. L’area orientale del paese, infatti, dove ha sede il governo di Haftar, dispone di ingenti quantità di gas naturale e petrolio che sono risorse di forte interesse per l’Egitto il quale aspira a consolidare il suo ruolo di key player energetico nell’area del Mediterraneo orientale.

Conclusioni

La prioritaria difesa della sicurezza nazionale ha portato il presidente al-Sisi a rafforzare la presenza delle forze governative nel Sinai e nel deserto occidentale, al fine di difendere i confini statali egiziani e debellare le organizzazioni jihadiste presenti in questi territori. Basandosi su una forte retorica anti-islamista, il regime militare di al-Sisi ha operato una non chiara distinzione tra islamisti moderati e radicali che lo ha portato a mettere in atto violente strategie di hard power che hanno avuto due principali effetti: la radicalizzazione di alcune comunità locali e l’allineamento dell’Egitto all’interno di un blocco regionale anti-islamista a cui appartengono gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita e il governo di Haftar.

Nonostante la Comprehensive Operation Sinai del 2018, l’organizzazione terroristica Wilayat Sinai continua a costituire una minaccia per lo stato egiziano sia dal punto di vista securitario sia strategico-economico. Il recente attacco dell’organizzazione terroristica Wilayat Sinai ai gasdotti situati a nord del Sinai, infatti, mette in luce il fatto che il gruppo salafita-jihadista potrebbe mettere nuovamente a repentaglio gli interessi energetici del paese con futuri attacchi ai gasdotti presenti nell’area. Allo stesso tempo, l’allentamento delle relazioni tra il generale Haftar e al-Sisi, di cui parlano in questi giorni alcune fonti algerine, potrebbe costituire una nuova fonte di instabilità per lo stato egiziano per due motivi: possibili attacchi terroristici da parte dei gruppi jihadisti situati al confine con Libia, una significativa perdita della sua influenza geo-politica sulla Libia.

 

Fonti

https://studies.aljazeera.net/en/reports/2018/04/battle-sinai-story-egypts-political-violence-180401105807265.html

https://www.cfr.org/interactive/global-conflict-tracker/conflict/instability-egypt

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/03/30/egitto-5-soldati-uccisi-nel-nord-del-sinai/

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/03/19/egitto-wilayat-sinai-provoca-morti-feriti-lesercito-egiziano/

https://www.reuters.com/article/egypt-security-gas/update-2-gas-pipeline-in-egypts-sinai-attacked-imports-from-israel-unaffected-idUSL8N2A3371

https://www.reuters.com/article/us-egypt-security/rights-group-accuses-egyptian-forces-of-war-crimes-in-sinai-idUSKCN1SY0BO

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/egypts-security-and-haftar-al-sisis-strategy-libya-16284

Farag, Mona. (2020). Egyptian National Security and the Perils of Egyptian–Libyan Border Management: Military Strength versus International Assistance. Contemporary Arab Affairs. 13. 23-45. 10.1525/caa.2020.13.1.23.

 

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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