L’HONG KONG ROUND E L’ALTERNATIVA CINESE AL CORONA VIRUS

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La battaglia contro il Corona virus ha visto un’escalation repentina dei casi accertati, che secondo la John Hopkins University hanno raggiunto la vetta del milione di contagi, ma presumibilmente vanno anche oltre.

La Cina, primo fronte della battaglia e prima nazione a nascondere i dati sul contagio al resto del mondo, pareva esser riuscita ad arginare il diffondersi della piaga con misure da distopia: brutali ma efficaci, il fine giustificante i mezzi. E invece, oggi, il virus si è ripresentato per mettere in discussione le politiche di Pechino. Nuovo scenario della pandemia è la Regione dell’Henan, confinante con Hubei, la provincia epicentro dei primi contagi. Il governo ha prontamente riproposto il lockdown, con le modalità che il mondo ha già avuto modo di conoscere ad inizio 2020.

Sebbene queste misure di per sé siano condivise anche dalla comunità medica e dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, ciò che possiamo trarre come insegnamento riguarda il senso di ineluttabilità legato al virus stesso, al punto che  la privazione delle libertà individuali, già peraltro scarse sul territorio cinese, appare come un’ulteriore inutile vessazione nei confronti del popolo cinese, un’inutile violenza. Assieme al nuovo allarme contagi, un nuovo attore si è presentato sul palco delle entità messe a rischio: la città di Hong Kong, dopo essere apparentemente uscita immune dalle sofferenze del suo vicino infetto, ha confermato la ripresa della quarantena per una serie di casi di Covid, 32 accertati.

Sotto accusa cittadini europei e nord americani che avrebbero riportato il virus subito dopo l’allentamento delle restrizioni agli spostamenti. Ma la verità, per quanto difficile sia da accertare, può essere analizzata con più attenzione tenendo conto di due fattori. In primis, considerando l’alta aggressività e trasmissibilità del virus, è insensato e irreale pensare di poter annullare i contagi al 100%. Gli eventi confermano il fatto che un singolo infetto passato inosservato può diffondere per molto tempo la malattia e di conseguenza non è possibile dividere le comunità tra colpevoli e innocenti.

In secondo luogo, le nostre società sono il frutto di un processo di globalizzazione lungo decenni, fatto di imprenditori in costante spostamento, operai multilocali e blogger che hanno fatto del viaggiare un vero e proprio mestiere. Viste queste premesse, il virus ha trovato nell’attualità le migliori condizioni possibili per la propria proliferazione.

Al netto di questa realtà, considerando l’approccio cinese rivelatosi fallimentare al problema, possiamo trarre alcune conclusioni. Il virus, in assenza di un vaccino, non può essere debellato, ma solo contenuto. Le ragioni iniziali di Pechino, per quanto drastiche, parevano sensate, ma se il fine non giustificasse più i mezzi allora forse il modello Wuhan non sarà più considerato adatto all’emergenza. A questo punto Hong Kong può dimostrare di saper gestire la crisi in maniera più umana rispetto alla sua controparte, un soft power importante per la sua causa nei confronti dell’opinione pubblica mondiale. 

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