CORONAVIRUS: MANCANZA DI TRASPARENZA DA PARTE DELL’EGITTO

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Dopo settimane di incertezze l’Egitto denuncia l’espansione del contagio da coronavirus.

Il 10 marzo ha registrato 7 nuovi contagi, portando il numero dei casi confermati a 67 (ma potrebbero essere molti di più). Di questi, 45 sono stati individuati sulla nave da crociera sul Nilo, nella città turistica di Luxor, e si trovano adesso in isolamento. Ci sarebbe inoltre una vittima: un turista tedesco che, in seguito alle complicazioni causate dall’infezione, è morto nell’ospedale di Hurghada. Ventisette, invece, sono guariti e sono stati dimessi. 

Di fronte all’emergenza l’Egitto ha adottato alcune misure di contenimento. Le Autorità hanno predisposto l’obbligo per passeggero ogni della compilazione di un tesserino con i propri dati e i recapiti di residenza e/o soggiorno in Egitto. Inoltre, sono stati introdotti stringenti controlli medici per tutti i passeggeri in arrivo da Cina, Taiwan, Tailandia, Giappone, Malesia, Vietnam, Corea del Sud e Singapore, Italia. Nel caso in cui dai controlli medici dovesse rilevarsi una sintomatologia sospetta si procederà al ricovero urgente del paziente e all’isolamento in strutture apposite. 

L’Egitto, finora, era stato accusato di mancanza di trasparenza sull’emergenza Coronavirus. Sospetti rafforzati dalla notizia di 28 turisti provenienti da Canada, Francia, Grecia e Stati Uniti che, nelle ultime settimane, sono risultati positivi dopo essere rientrati da un viaggio nel Paese. 

L’atteggiamento ambiguo del Cairo ha sollevato non poche preoccupazioni tra la popolazione. L’Egitto infatti nonostante le restrizioni sui turisti, a differenza di altri Paesi della Regione, continua a mantenere aperte scuole, non ha posto alcuna restrizione sulle preghiere del venerdì, e non ha sospeso gli eventi sportivi. 

Tuttavia, di fronte alle crescenti pressioni, il Governo ha rassicurato che saranno attuate diverse operazioni di sanificazione in tutti gli Hotel del Luxor ed ha annullato il Luxor African Cinema Festival. 

La fumosità delle autorità egiziane probabilmente dipende dalla paura di subire pesanti conseguenze economiche. Il turismo infatti copre il 15% delle entrate nel Paese e nel 2019, come affermato dal Ministero del turismo, aveva raggiunto un record di introiti nella storia egiziana pari a 12,5 miliardi di dollari.

È chiaro che se il Paese riconoscesse di essere in piena emergenza Coronavirus, comporterebbe l’arresto di uno dei pochi settori di successo, soprattutto se consideriamo che sull’economia egiziana grava il peso del debito pubblico. Secondo i dati della Banca Centrale egiziana, infatti, il Paese spende oltre il 38% solo per ripagare gli interessi sul quest’ultimo. Se aggiungiamo i prestiti contratti, arriviamo al 58% del bilancio. Questo crea un enorme ostacolo alla crescita dell’economia egiziana che continua a indebitarsi per pagare i crediti ottenuti in passato.  A questa pesante situazione finanziaria si deve considerare anche che la maggior parte della popolazione vive in condizioni di povertà, situazione aggravata dal taglio dei sussidi sull’energia e sui carburanti che ha comportato un aumento notevole del costo della vita. 

Tuttavia, sotto il regime di Al-Sisi c’è poca chiarezza anche sul tasso di povertà, il regime infatti non diffonde dati ufficiali dal 2015. Quello che emerge quindi è un Paese che cerca di nascondersi attraverso la continua mancanza di trasparenza, non solo sull’attuale emergenza sanitaria, ma in generale sui dati sensibili che potrebbero mostrare una qualche vulnerabilità. Fino a quando reggerà non è possibile prevederlo.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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