LA CRISI DI LEGITTIMITÀ STATALE DELL'IRAQ: CAPIRE IL PERDURARE DELLE PROTESTE

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La permanenza dei confini statali all’interno della regione medio-orientale, così come stabiliti all’indomani della Prima Guerra Mondiale da Francia e Inghilterra, non implica necessariamente la stabilità e la legittimità degli stati stessi. Le forme di contestazione nei confronti delle autorità statali, infatti, continuano a proseguire dalla Primavera araba del 2011 ad oggi mettendo in discussione il sistema politico-istituzionale e l’integrità territoriale delle entità statali. L’utilizzo della coercizione e della repressione risultano essere gli strumenti maggiormente utilizzati dalle classi politiche dominanti per tenere a bada i sentimenti antigovernativi e difendere la sovranità statale. Negli stati arabi del Levante (Bilad al-Sham), in primis Iraq e Siria, la natura dello stato appare fortemente contestata. Il contratto sociale, su cui si basa la legittimità statale, è in forte crisi come emerge dal perdurare delle proteste civili all’interno dello stato iracheno dal 2011 ad oggi. Le richieste dei manifestanti includono la nomina di un primo ministro slegato dalle forze politiche attuali, elezioni anticipate e giustizia sui circa 500 manifestanti che sono stati finora uccisi dalle forze di sicurezza governative negli scontri che hanno accompagnato gli eventi che si stanno susseguendo da ottobre 2019.

La debolezza territoriale e politico-istituzionale degli stati arabi della Siria storica

La delimitazione dei confini degli Stati nella regione del Medio Oriente, così come ci appaiono oggi, risale al periodo che segue la Prima Guerra Mondiale quando le potenze vincitrici – Francia e Inghilterra – hanno diviso l’area in rispettive aree di influenza secondo i loro interessi geo-politici. Gli accordi di Sykos-Picos (1916) e di San-Remo (1920) hanno smembrato l’area della Siria Storica (Bilad al-Sham), creando una serie di piccoli Stati – Siria, Iraq, Giordania, Palestina, Libano e successivamente Israele. Le nuove entità statali, create ex novo, non hanno tenuto in considerazione le specificità delle comunità etnico-religiose preesistenti portando alla nascita di varie forme di irredentismo che hanno messo in discussione l’integrità territoriale e la sovranità statale. I governi centrali degli stati della Siria storica, in particolare Siria ed Iraq, dopo aver ottenuto l’indipendenza sostanziale dalle potenze coloniali nel secondo dopoguerra durante la cosiddetta ‘’età delle rivoluzioni’’, hanno privilegiato i loro interessi personali piuttosto che tutelare le richieste e le esigenze delle comunità locali. Saddam Hussein in Iraq e Hafiz al-Asad in Siria, a capo delle repubbliche arabe istituitie durante il periodo rivoluzionario, hanno forzato la nascita di un’identità nazionale facendo ricorso alla coercizione ed a misure repressive per preservare la loro sovranità sullo Stato. Questo processo ha portato all’esclusione di ampi segmenti della società dai processi di nation building, all’interno di un contesto storico-geografico che era già fortemente debole in partenza data l’artificialità degli stati della regione e l’arbitrarietà dei loro confini.

Il malcontento della popolazione irachena nei confronti dello Stato e le continue proteste

In Iraq, le proteste civili nei confronti della classe politica dominante si stanno susseguendo a partire dal 2011 mettendo in luce il debole consenso nei confronti del governo centrale da parte della popolazione irachena. Sull’onda della Primavera Araba del 2011, abbiamo assistito ad una serie di proteste a Baghdad e nelle province settentrionali del Paese – a dominanza sunnita – contro la corruzione, l’inefficiente amministrazione pubblica e le precarie condizioni socio-economiche in cui vive gran parte della popolazione nazionale. Nel 2012 e nel 2013, l’escalation delle manifestazioni ha portato all’utilizzo della violenza e della repressione da parte del primo ministro Nouri al-Maliki, al governo dal 2006 al 2014. Quest’ultimo ha progressivamente centralizzato il potere nelle sue mani, marginalizzando la componente sunnita della popolazione irachena ed arrestando alcuni leader politici sunniti. Il malcontento popolare nei confronti del governo centrale ha contribuito alla radicalizzazione delle comunità sunnite ed al conseguente rafforzamento di gruppi terroristici all’interno dello Stato, in particolar modo nella regione dell’Anbar al confine con la Siria. L’ISIS, ultimo stadio evolutivo di al-Qaida, ha messo in pericolo l’integrità territoriale dello stato iracheno, ma anche della Siria, creando nel 2014 un ‘’Califatto islamico nel Levante’’. Quest’entità statale è durata fino al 2018, sconvolgendo i confini territoriali sanciti dagli accori di Sykes-Pico e di San Remo nel secolo scorso.

Dal 2015, anno in cui il Califfato islamico ha raggiunto la massima espansione territoriale, si sono svolte una serie di proteste a Baghdad – come nelle altre città centrali e meridionali del Paese – in risposta al deterioramento delle condizioni economiche, della dilagante corruzione della classe politica e dell’incapacità dello Stato di garantire la sicurezza dei suoi cittadini. Nel 2018 le proteste sono proseguite, come dimostrano le manifestazioni e gli scontri che hanno interessato la provincia di Bassora, a causa dell’inefficiente erogazione dei servizi pubblici ed alla carente disponibilità di energia elettrica nella città e nelle aree vicine. Le continue manifestazioni di malcontento popolare, e gli scontri violenti tra i civili i e le forze di sicurezza del governo, continuano tutt’oggi nella capitale e nelle provincie meridionali del Paese, al confine con l’Iran ed a maggioranza sciita.

[Reuters, 1 Novembre 2019]

 Il nuovo ciclo di contestazioni, iniziato ad ottobre 2019, ha visto la popolazione irachena organizzare proteste e sit-in in richiesta della destituzione della classe politica vigente e chiedendo la fine delle interferenze da parte di attori esterni – Iran e Stati Uniti – all’interno della politica interna del Paese. Questa rinnovato movimento di dissenso nei confronti dello stato, che costituisce la più forte forma di dissenso popolare dalla caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, mette nuovamente in luce la scarsa legittimità di cui gode lo stato iracheno a causa di una serie di fattori storico e politico-istituzionali che hanno portato ad una sempre maggiore alienazione tra stato e società.

[Abdullah Dhiaa al-Deen/Reuters]

A febbraio di quest’anno, dopo le dimissioni del primo ministro Adil Abd al-Mahdi nel novembre 2019, il Presidente Iracheno in carica – Barham Salih – ha nominato Muhammad Tawqif Allawi come nuovo primo ministro del Paese. Le proteste civili che hanno seguito questa decisione, e che si sono svolte a Baghdad e nelle provincie meridionali del Paese, hanno messo in luce il rifiuto da parte della popolazione irachena del nuovo primo ministro designato, in quanto visto come una figura legata alla classe politica che sta governando il Paese dal 2003 e che la popolazione intende destituire. Il 2 marzo 2020, Allawi ha ritirato la sua candidatura accusando i membri del parlamento di aver ostacolato l’approvazione della sua carica e dichiarando in una dichiarazione presentata al Presidente iracheno: “Ho provato in tutti modi possibili di salvare il nostro Paese dallo scivolare verso l’ignoto e di risolvere il problema attuale. Ma durante i negoziati, ho incontrato molte cose estranee agli interessi del Paese” aggiungendo ‘’alcune parti hanno negoziato con il solo scopo di ottenere guadagni senza prestare attenzione alla causa nazionale ed al sangue dei martiri caduti durante le proteste in cerca di un cambiamento delle condizioni del Paese”.

La nuova natura del dissenso popolare nei confronti dello stato

[Arwa Ibrahim/Al Jazeera – sullo striscione al centro ‘’La nostra sommossa per abbattere la muhasasa e la corruzione ‘’ ]

Il sistema politico iracheno, chiamato in arabo muhasasa, in vigore dall’invasione degli Stati Uniti nel 2003 e dalla deposizione di Saddam Hussein, ha stabilito una rappresentanza governativa su base etnico-settaria secondo criteri proporzionali. Questo sistema, in vigora tutt’oggi, ha favorito le fazioni sciite nel Iraq post-2003, le quali erano stata marginalizzate e perseguitata sotto il regime baathista di Saddam Hussein nei decenni precedenti. I movimenti di protesta, che si sono susseguiti dal 2011 fino al 2015, erano fortemente caratterizzati da sentimenti anti-sciiti e dagli scontri tra le due principali comunità religiose del Paese. Ad oggi, invece, appare riduttivo leggere in termini settari il malcontento e le forme di dissenso al governo centrale. Innanzitutto, perché le provincie a maggioranza sciita sono tra i principali centri di opposizione allo Stato, come è il caso della città meridionale di Nasiriya. Ed in secondo luogo, l’attacco al consolato iraniano di Kerbala a novembre 2019 mette in luce come siano forti i sentimenti anti-iraniani all’interno della popolazione irachena. Le nuove forme di contestazione e di malcontento popolare, a cui stiamo assistendo dal mese di ottobre scorso, vedono la partecipazione della società civile tutta – senza distinzioni etnico-confessionali. La popolazione irachena, ed in particolare i giovani, chiedono la destituzione della classe politica vigente in quanto percepita come fortemente corrotta e disinteressata agli interessi ed al benessere della nazione. La mobilitazione civile chiede maggiore rappresentanza politica, servizi funzionanti ed il miglioramento delle condizioni socio-economiche specialmente dei giovani. Questi ultimi soffrono del problema della disoccupazione, in particolar modo nelle provincie meridionali, come è il caso di Bassora dove paradossalmente si trovano le principali risorse di petrolio su cui lo Stato irachena

Gli attori e le istituzioni statali dell’Iraq, ad oggi, appaiono incapaci di creare un sistema di governance inclusivo, partecipativo e trasparente che permetta di superare le caratteristiche strutturali a cui è sottoposta l’area del Levante arabo: l’artificialità dei confini statali e ed inefficienza politico-istituzionale. Queste caratteristiche mettono in luce la necessità di dover rafforzare i processi di state-building all’interno di questi stati, in primis in Iraq ed in Siria, in cui i processi di formazione e di consolidamento dell’impianto statale sono passati in secondo piano rispetto al perseguimento degli interessi personali della classe politica dominante.

Fonti:

  • Alaaldin, R. (2017) Fragility and Resilience in Iraq. Istituto Affari Internazionali (IAI)

  • Bouillon, Markus. (2012) Iraq’s State-Building Enterprise: State Fragility, State Failure and a New Social Contract, SRN Electronic Journal

  • Fanar Haddad (2019), ‘’The Diminishing relevance of the Sunni-Shia divide’’, inReligion, Violence and the State in Iraq, Project on Middle East Political Science, Oct. 2019

  • Heydemann S. & Chace-Donahue E. (2018) Sovereignty versus Sectarianism: Contested Norms and the Logic of Regional Conflict in the Greater Levant. Uluslararası İlişkiler / International Relations, 15(60), 5-19

  • Hinnebusch, R. (2015). The international politics of the Middle East: Second edition. Manchester: Manchester University Press

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