STATI UNITI : NESSUNO VUOLE IL PETROLIO ARTICO

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L’amministrazione Trump è alle prese con le concessioni petrolifere nell’Artico. Tuttavia, i ritardi nelle licenze, il disinteresse delle banche e i mancati finanziamenti creano grattacapi a Washington. Si temono aste deserte. 

Rapido capovolgimento di fronte per Donald Trump e i suoi. L’amministrazione statunitense che da tempo ha segnato un cambio di rotta rispetto ad Obama, riguardo le trivellazioni nell’Artico, sta per dare uno scossone ulteriore alle zone interessate. Ad ogni modo, i risultati dell’iniziativa non sembrano arrivare. 

Pochi giorni fa infatti, si è tenuta la conferenza sull’azione politica dei conservatori nel Maryland, durante la quale il segretario agli interni David Bernhardt ha annunciato che l’amministrazione Trump ha intenzione di disfarsi, vendendoli, dei diritti di trivellazione nell’area dell’Arctic National Wildlife Refuge. L’area è protetta dal 1960 e si estende per 78.000 km² , nel territorio dell’Alaska. Si pensa che in questa zona dell’Artico vi sia un grandissimo giacimento, il cui contenuto è quantificabile in miliardi di barili di , fin nelle sue profondità. Gli Stati Uniti quindi avrebbero intenzione di dare in leasing l’attività estrattiva. Ma in che direzione si stanno muovendo? 

Secondo il noto sito finanziario Bloomberg, la dichiarazione del segretario degli Interni americano arriva dopo mesi di ritardo nella concessione delle licenze, la quale era prevista a dicembre. Ciò è stato fatto probabilmente per scongiurare il rischio di un’asta deserta, complice anche il progressivo disinteresse delle banche nel concedere finanziamenti per i progetti nell’area.  Questo perché, nonostante il Dipartimento dell’Interno Usa abbia completato lo studio ambientale richiesto per la perforazione del rifugio artico, ancora non sono chiari i dettagli della decisione per avviare formalmente l’asta per la concessione riguardante lo sfruttamento dell’Artico.

La pratica delle concessioni negli Usa ha ripreso quota nel 2017 quando il Congresso ha concesso la possibilità di affidare in concessione la zona per raccogliere fondi che compensassero il taglio delle tasse, tuttavia, in questo periodo si registra una fase di calo in termini di interesse.  Inoltre, c’è da aggiungere che JPMorgan Chase, la grande multinazionale americana, specializzata in servizi finanziari,  ha annunciato che non finanzierà l’estrazione di petrolio e gas nel Arctic National Wildlife Refuge. Il tutto rientra nell’ambito di una decisione su larga scala, nella quale non sono previsti finanziamenti, nemmeno alle molte imprese legate al carbone. Su questa decisione, molto influenti sono stati gli anni di richieste da parte delle associazioni ambientaliste, e le comunità indigene, che hanno chiesto più volte alla multinazionale bancaria, spesso legata ad investimenti nell’ambito dei combustibili fossili, di rinunciare ai progetti dannosi per il clima e l’ecosistema. Tuttavia, il completo disinteresse di JPMorgan Chase su queste operazioni, sarà effettivo, secondo quanto dichiarato dalla dirigenza, solo nel 2024. 

Dal contesto si evince che, quello che il piano di Trump, di trivellare l’Artico a tutto spiano, è ancora presente, ma attualmente vive un momento di brusco calo. Il timore di veder disertata l’asta in cui si affideranno le concessioni petrolifere nel Arctic National Wildlife Refuge, è molto forte, anche per il contraccolpo che ne deriverebbe. Infatti, l’immagine che verrebbe percepita fuori dai confini statunitensi, di un’amministrazione che mostra i muscoli, risulterebbe scalfita, da quella che potrebbe essere un’asta deserta.  È da tenere in considerazione anche il fatto che, tra poco gli Stati Uniti andranno al voto, e questo “raffreddamento” dell’attività petrolifera potrebbe essere una carta nella mano dei democratici. 

 

 

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