I BALCANI OCCIDENTALI SOTTO LA LENTE D’INGRADIMENTO DEL WEF

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Secondo gli esperti, è nell’UE il futuro dei paesi balcanici occidentali. Una sfida piena di incognite che Bruxelles rischia di perdere, tra promesse mancate e problemi da risolvere.  

La situazione odierna e -soprattutto- il futuro dei Balcani occidentali sono stati oggetto di un’approfondita analisi prodotta degli esperti del World Economic Forum (WEF) e curata dal Vienna Institute for International Economic Studies. Il briefing, consistente in una mappa interattiva e commentata, è disponibile online tramite la piattaforma Strategic Intelligence, sul sito del WEF. Sommariamente, la conclusione che viene proposta riguardo Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia auspica l’adesione di tutti questi paesi all’Unione europea, al di là di chi tra i medesimi è effettivamente un candidato ufficiale. La regione -si legge nel sommario del briefing- ha un potenziale economico significativo, in quanto i sei paesi menzionati contano un PIL complessivo di 95 miliardi di euro (nel 2018), di cui poco meno della metà appartenente alla sola Serbia.

L’UE (a 28) nel 2017 ha registrato un PIL di 15,300 miliardi di euro, con un trend in crescita per il sesto anno consecutivo nel 2018. Nel periodo 2008-2018 stando ai dati Eurostat, a registrare tassi di crescita notevoli del PIL sono stati in particolare Albania (2.7) e Kosovo (3.5 -dati fino al 2017-), ma anche gli altri quattro paesi dei Balcani occidentali si ritrovano con saldi in positivo. L’Italia, come paragone, segna un preoccupante -0.3.   

Nonostante questi dati incoraggianti, lo scetticismo che ha accompagnato l’allargamento a Est dell’UE tiene ancora banco tra gli Stati membri. L’ingresso di nuova linfa demografica (tasto dolente per i Balcani) ed economica potrebbe in teoria provare a compensare il vuoto lasciato dalla Brexit. Inoltre gli investimenti cinesi e russi nell’area balcanica rischiano di allontanare sempre più gli occhi (e le casse) di queste nazioni dall’Europa dei palazzi di vetro in favore di uno sguardo più ammiccante verso Oriente. Bruxelles ha già aperto le porte in passato per accogliere Bulgaria, Croazia, Romania, Slovenia e Ungheria, ma non pare dello stesso orientamento con il resto della penisola balcanica.

Nel 2018 la Commissione europea ha adottato una nuova strategia chiamata “Una prospettiva di allargamento credibile e un maggior impegno dell’UE per i Balcani occidentali”, in seguito alle parole pronunciate l’anno precedente dall’allora presidente Jean-Claude Juncker in un discorso allo Stato dell’Unione. La strada che conduce all’integrazione futura promessa per i Balcani occidentali però si è dimostrata piena di sfide, sia per gli stessi paesi in questione alle prese con i loro problemi interni e le riforme richieste per l’avvio dei negoziati, sia per la stessa UE la cui ragion d’essere tanto a livello regionale che globale è sempre più messa in discussione.

Pertanto, la conclusione proposta dal WEF e le accurate analisi fornite sulla piattaforma Strategic Intelligence permettono di esaminare quali potrebbero essere le difficoltà che affliggono le economie dei sei paesi balcanici. Forse è proprio nelle falle segnalate dal briefing che si celano le più o meno giustificate perplessità di alcuni Stati membri. La regione si sta aprendo sempre di più economicamente, con un certo successo nel settore manifatturiero, ma continua a soffrire deficit commerciali cronici. Capacità produttive limitate, mancanza di competitività e necessità fuori misura di rimesse per finanziare le importazioni sono tra i problemi principali, oltre a governance e infrastrutture deboli. Sulla governance alcuni paesi hanno fatto qualche progresso importante -continua il briefing-, ma non tutti. Vengono promosse Albania e Macedonia del Nord, ma la piaga della corruzione non risparmia nessuno: nemmeno uno tra i paesi dei Balcani occidentali ha ottenuto punteggi rilevanti nell’indice Transparency International Corruption Perceptions 2018, denuncia il WEF. Un dramma che ovviamente si ripercuote sulle politiche interne, in particolare nelle infrastrutture. La carenza degli investimenti e negli interventi per il miglioramento infrastrutturale della regione condiziona enormemente le prospettive di sviluppo economico.

Un deficit aggravato dai sanguinosi conflitti degli anni Novanta, fa notare il rapporto. La diffidenza successiva tra i popoli usciti a pezzi dalla guerra e il non poter contare sui finanziamenti europei riservati agli Stati membri, ha minato alla base una possibile collaborazione regionale sullo sviluppo infrastrutturale (es. ferrovie, autostrade, reti commerciali). Di recente la cosiddetta “Mini-Schengen” tra Albania, Serbia e Macedonia del Nord ha mostrato all’UE che forse anche i Balcani occidentali sono maturi per progetti ambiziosi, nell’eterna attesa di un ingresso prospettato troppo entusiasticamente a partire dal 2025. La cooperazione regionale, secondo il 74% degli intervistati nei sondaggi, può contribuire alla stabilizzazione della situazione politica, economica e di sicurezza, e quindi va guardata con fiducia, a prescindere da una futura adesione all’UE.       

Altra problematica emergente dall’analisi degli esperti riguarda l’interessante scenario geopolitico offerto dalla regione di recente. L’aumento dell’influenza di Cina e Russia, le quali godono della poca attenzione di Washington sui Balcani, viene visto come un possibile elemento di instabilità. I citati investimenti cinesi non si concretizzano solo nella tanto acclamata Belt & Road Initiative; un caso limite è quello della Serbia, dove nell’ultimo decennio le aziende cinesi hanno investito oltre 300 miliardi di dollari, ponendo Belgrado al centro di una disputa commerciale a tre con Bruxelles e Mosca. Infatti la Serbia oltre alle trattative con l’UE e gli investimenti dall’estremo Oriente, può contare anche sulla partnership siglata il 25 ottobre con l’Unione economica eurasiatica, organizzazione internazionale a guida russa. Ulteriore preoccupazione molto sentita all’interno dell’UE e affrontata dal WEF è il flusso migratorio che percorre la “rotta balcanica”, fonte inesauribile di tensione tra i paesi coinvolti e limitrofi (e infatti menzionato come una delle cause del veto francese e dei Paesi Bassi su Albania e Macedonia del Nord).

Fonte immagine : https://bit.ly/398JJ4f

Il fenomeno ha attirato l’attenzione dei media soprattutto per le condizioni inumane affrontate dai disperati in fuga dalle zone di conflitto nel Vicino e nel Medio Oriente. Un’emergenza epocale che, anche da Sud, affligge la stessa UE, restia ad allargare non solo se stessa ma anche i confini del problema. Queste sono solo alcune delle fattispecie analizzate nella piattaforma Strategic Intelligence del WEF sui Balcani occidentali, ma è quanto basta per capire perché gli esperti ne auspichino una piena integrazione europea. È vero che quella “dell’altra Europa”, come chiamata da alcuni autori, è la vera sfida dell’UE sorta all’indomani del crollo sovietico e dei regimi comunisti europei dell’Est, da cui fuoriuscì un mosaico di nuove realtà da includere nel sodalizio europeo. Ma lasciare una parte di queste indietro alla mercé di USA, Russia e Cina, sancirebbe un’ulteriore conferma della difficoltà dell’UE nel ritagliarsi uno spazio importante sullo scenario globale ed avere un peso nei processi decisionali globali, in un mondo che ormai non è più né bipolare e né unipolare. Il disordine mondiale alle porte non rende così scontata la preminenza di un attore sull’altro. Il mondo che verrà rischia di non avere una guida precisa, e per l’Europa perdere l’occasione di rafforzare la propria competitività geopolitica in uno scenario che la vede in sofferenza può voler dire essere eclissata da nuovi protagonisti (come l’Unione economica eurasiatica o i BRICS, ad esempio).           

L’attuale situazione dei Balcani occidentali, nel loro travagliato percorso di avvicinamento a Bruxelles, è dettagliatamente fornita dal Parlamento europeo. L’Albania ha ricevuto lo status di candidato nel 2014, ma da allora i negoziati sono mai stati aperti, da ultimo per via del veto francese dello scorso ottobre. Quest’ultimo ha coinvolto anche la Macedonia del Nord, a sua volta candidata dal 2005, la quale proviene dalla lunga disputa con la Grecia che ne ha portato al cambio del nome. Anche il Montenegro, indipendente dal 2006, è ufficialmente un paese candidato all’adesione, i cui negoziati furono avviati nel 2012. Nonostante i risultati raggiunti sui capitoli negoziali sullo Stato di diritto (32 avviati su 35 a fine 2018), la strada secondo la Commissione europea è ancora lunga, ma sicuramente è quantomeno realizzabile.

Nel frattempo, l’empasse del parlamento bosniaco sull’accordo in merito al regolamento che disciplina le sue riunioni con il Parlamento europeo ne ha fortemente condizionato i progressi, nonostante l’entrata in vigore dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (ASA) nel 2015. Infine, la questione che anche a livello globale attira di più l’attenzione è quella tra Serbia e Kosovo. In seguito allo storico accordo del 2013 tra Belgrado e Pristina, l’UE avviò i negoziati per un ASA con quest’ultima, poi entrato in vigore nel 2016. Il futuro di entrambi i paesi balcanici (la Serbia è candidata dal 2012) nel sodalizio europeo è legato indissolubilmente alla normalizzazione dei loro rapporti. A concludere l’analisi sui Balcani occidentali proposta dal WEF, uno sguardo veloce sullo strumento utilizzato.   

Lo Strategic Intelligence platform è un sistema dinamico altamente dettagliato in grado di fornire all’utente una miriade di dati e informazioni contestualizzate, utili per tracciare relazioni e interdipendenze tra diverse tematiche. Si tratta di uno strumento in grado di supportare anche i processi di decision-making, e continuamente aggiornato da un team di esperti proveniente dal mondo accademico, dai think tank e dalle organizzazioni internazionali. I temi analizzati dalla piattaforma sono innumerevoli e spaziano dalle questioni geopolitiche a quelle economiche; dall’industria alla scienza; dalla situazione di singoli paesi alle più recenti problematiche ambientali. È quindi possibile, come propone il portale stesso, affrontare qualsiasi tematica sotto molteplici punti di vista, incrociando e confrontando i vari briefing proposti. Infatti oltre alla sezione specifica “Western Balkans”, ve ne sono altre inerenti ai singoli paesi, che a loro volta possono ritrovarsi oggetto di analisi altrove.

 

 

 

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