ELEZIONI IN TOGO – QUALE FUTURO?

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la continuità indisturbata del regime di Gnassingbé.
Alle elezioni presidenziali del Togo del 22 Febbraio, Faure Gnassingbé ha vinto con il 72,36% contro altri sei candidati, tra cui Agbéyomé Kodjo che ha ottenuto il 18,37% dei voti arrivando secondo. Gnassingbé si riconferma, senza troppe sorprese, Presidente del Togo per il suo quarto mandato.
La mancanza di stupore deriva da diversi fattori: le riforme adottate recentemente, con il chiaro obiettivo di favorire questo risultato elettorale; il contesto in cui si sono svolte le elezioni; il quadro politico-giuridico del Paese.

Il primo aspetto riguarda le riforme costituzionali votate dal Parlamento lo scorso 9 Maggio.
Uno degli emendamenti approvati riguarda la decisione di fissare il limite di due mandati presidenziali della durata di cinque anni. La modifica, tuttavia, non ha valore retroattivo, il che comporta, nei fatti, la possibilità per Gnassingbé di restare in carica fino al 2030.
Un’ulteriore novità riguarda l’estensione della durata dei seggi dei parlamentari da un mandato di cinque anni a due, di sei anni ciascuno. In questo modo, Gnassingbé si è assicurato la sopravvivenza della sua squadra di Governo, che in questo momento detiene i due terzi dei seggi in Parlamento.

All’insieme di riforme approvate, che potremmo definire una vera e propria pianificazione costituzionale, si aggiunge il contesto in cui si sono svolte le elezioni. Il 19 Maggio, infatti, la commissione elettorale nazionale del Togo aveva revocato l’accreditamento ad uno dei più importanti gruppi di osservatori indipendenti che avrebbero dovuto monitorare le elezioni presidenziali del Paese. L’esclusione del gruppo, ha sollevato non poche polemiche sulla regolarità delle elezioni e il rispetto dei principi democratici. Polemiche, che non si sono placate neanche di fronte alla presenza di 315 osservatori internazionali della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, Ecowas, e dall’Unione africana, in quanto, secondo le opposizioni erano particolarmente legati ai sostenitori di Gnassingbé.
Gnassingbé, del resto, porta avanti una vera e propria dinastia che guida il Togo dal 1967, anno in cui il padre, Étienne Eyadéma, in seguito a un colpo di Stato, sale al potere. Viene instaurato così un sistema monopartitico che durerà fino al 1992, anno di svolta per il Paese anche se in parte solo formale. La nuova Costituzione infatti ha introdotto un sistema multipartitico, tuttavia, nonostante le proteste e i continui boicottaggi delle elezioni da parte delle opposizioni, Eyadéma riuscirà a restare al potere fino al 2005, assicurandosi comunque la continuità del suo regime cedendo lo scettro del potere al figlio.

Questa continuità è stata possibile non soltanto attraverso la repressione militare ma anche grazie alla struttura istituzionale. La Corte Costituzionale, infatti, risulta particolarmente legata alle forze al potere: è nominata dal Presidente e dall’Assemblea nazionale, che è controllata dal partito al potere; i giudici degli altri tribunali, invece, sono nominati dall’esecutivo. In questo modo si è creato un sistema interdipendente con le forze al Governo che non solo è stato in grado di respingere gli appelli delle opposizioni, ma ha creato un sistema di forte limitazione dei diritti costituzionali (assenza di giusto processo, e reclusione degli oppositori) garantendo una continua repressione delle forze anti-governative.

 

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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