LIBANO: METRONOMO DI UNA CRISI INFINITA

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Sono mesi che l’apparato libanese si muove con pachidermica lentezza, e nonostante i cambiamenti, la tensione è sempre più alta.
Era metà ottobre scorso quando le manifestazioni che avevano riempito ininterrottamente strade e piazze in tutto la nazione nelle settimane precedenti, si sono trasformate nelle proteste che hanno scosso il governo del paese dei cedri.
Stagnazione economica, disservizi, condizioni di vita in costante e trasversale calo, ma soprattutto una mala gestione della cosa pubblica e una corruzione dilagante: i principali capi di accusa che la popolazione rivolgeva a parlamentari e dirigenti politici.
Saad Hariri, figlio dell’assassinato premier Rafiq, già Primo Ministro dal 2009 al 2011 e riconfermato nel 2016, è costretto a dimettersi, inaugurando un inverno di incertezza per il Libano così familiare con burrascose stagioni politiche.
Settantasei i governi che si sono succeduti in settantasei anni di indipendenza.

Prima della fine dell’anno, con le proteste che perdevano la loro identità unitaria e si mutavano in rivolte, il Capo dello Stato Michael Aoun incarica il professore Hassan Diab di formare, sotto la sua guida, una squadra di ministri.
Impresa che si è rivelata ostica già dal voto di fiducia che Diab ha dovuto affrontare davanti al parlamento monocamerale libanese, quando i membri sunniti – confessione che da sempre è rappresentata dal Primo Ministro – si sono astenuti nella loro quasi totalità.

Oltre all’ampia influenza che Hariri esercita sui parlamentari del suo partito, Diab parte svantaggiato per essere percepito dalla società civile appartenente a quella classe politica che vorrebbero sradicare.
Macchia sul suo curriculum, secondo la maggior parte della popolazione, è l’esperienza da Ministro dell’Istruzione avuta quasi sei anni fa.

La settima scorsa, infine, è stato raggiunto l’accordo che dopo più di un mese di contrattazioni ha portato alla formazione di un esecutivo.
Ridimensionato numericamente nella composizione rispetto ai precedenti, il nuovo consiglio dei ministri conta venti membri che mai prima avevano ricoperto incarichi governativi, scelta che ha cercato di accontentare i manifestanti, che a gran voce chiedevano un governo di tecnici.
Manifestanti che nonostante ciò non si sono placati, e vedono agitarsi, dietro le nomine dei ministri, le vecchie ombre dei vertici partitici di sempre.

Le proteste, quindi, infiammano tutt’ora il Libano.
La crisi bancaria si fa di settimana in settimana più profonda, gli istituti di credito hanno imposto il controllo dei capitali, il prezzo dei beni di consumo è salito vertiginosamente, ed il rischio default aleggia pericolosamente sul paese.
Ad esserne interessata è soprattutto la piccola e media borghesia, la stessa che nell’ultimo decennio ha subito inerme l’aumento della disoccupazione.
Affinché le proteste non si trasformino in rivolte potrebbe non bastare un nuovo governo.

Fonti:

https://www.bbc.com/news/world-middle-east-51189782

https://www.reuters.com/article/us-lebanon-crisis-banks/frustrated-lebanese-depositors-turn-rage-on-crisis-hit-banks-idUSKBN1ZG1BT

 

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