LA GUINEA DI CONDÉ AL CAPOLINEA

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Il 2019 è stato un anno particolarmente complesso per la Guinea, lo stato africano incastonato tra Senegal e Sierra Leone: oltre ad una nuova ondata di lebbra scoppiata con particolare virulenza agli inizi dell’autunno, i dati preoccupanti sul tasso sempre crescente di operazioni di pirateria- il 90% degli abbordaggi del 2019 sono avvenuti nel Golfo di Guinea- il Paese affronta in questo momento un capitolo assai difficile per lo sviluppo delle istituzioni democratiche. Da mesi, infatti, Conarky è scossa da violente proteste contro la linea politica del presidente Alpha Condé che, ormai ottantunenne e al potere dal 2010, vorrebbe cercare- o creare- una via d’uscita al dettato costituzionale guineano che esplicitamente nega la possibilità di rielezione per un terzo mandato presidenziale.

Le tensioni si sono fatte particolarmente forti già sul finire dello scorso anno, quando i principali organizzatori delle manifestazioni antigovernative ed i portavoce dei gruppi di protesta sono stati sommariamente giudicati ed incarcerati, con pene detentive dai sei ai dodici mesi, in chiara violazione delle norme internazionali che garantiscono l’equo e giusto processo. Si sono poi riacuite in questi giorni, all’approssimarsi della data prevista per le elezioni, il 16 febbraio 2020, dopo diciotto mesi di posticipi per ragioni “tecniche ed organizzative” stando a quanto riportato da fonti governative.

A fare le spese di scelte politiche poco avvedute ed in evidente contrasto anche con la volontà popolare è il già fragilissimo tessuto economico del Paese: come dichiarato anche dal precedente ministro per la Pesca, Boubacar Barry, infatti, le proteste hanno prodotto un impatto devastante sul potere d’acquisto dei cittadini, a causa delle proteste che hanno bloccato treni e arterie stradali principali, impedendo il trasporto di cibo freso e di rifornimenti di carburante. Le tensioni agiscono inoltre da dissuasore per le compagnie estere, molte delle quali hanno infatti sospeso le loro attività, un incubo per lo stesso Condé, che ha disperatamente cercato, durante il suo ultimo mandato, di attrarre gli investitori nel Paese.

 Forse proprio l’impatto sull’economia potrebbe essere la chiave per convincere il governo a rinunciare a strategie scarsamente popolari ed allontanare la Guinea dal baratro

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