OMAN: IL SUO NUOVO SULTANO E LE SFIDE DEL FUTURO

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Repentina quanto significativa la successione fra Qabus, Sultano per quasi 50 anni, ed il cugino successore Haitham.
Politica interna e politica estera che si intrecciano fra passato e futuro, disegnando punti di forza e di debolezza del pacifico Sultanato 

Qabus bin Said al Said era malato da tempo.
Il Sultano dell’Oman, a capo della monarchia assoluta incastonata nel sud est della penisola arabica, e più longevo fra i leader arabi, è morto nella notte fra venerdì 10 e sabato 11 gennaio.
Una morte attesa, a causa delle sue cagionevoli condizioni di salute, che destava più di una preoccupazione sia all’interno del Sultanato, sia all’esterno.

L’estate prossima sarebbero stati cinquant’anni da quando Qabus prese il potere a discapito del padre, spodestato con un colpo di palazzo incruento.
Mezzo secolo che ha visto incontrastata la sua guida al timone del Paese, che, decennio dopo decennio, si è conquistato la fama di oasi di pace pur se affiancata da vicini di casa turbolenti.
Dietro le quinte dei successi di Qabus si possono identificare principalmente due elementi.
Il primo è di natura economica.
Il benessere derivante dell’estrazione di idrocarburi, dei quali la nazione è ricca, hanno alleviato le tensioni sociali che negli anni hanno invece interessato i principali paesi arabi.

Il Sultano ha efficientemente sfruttato i benefici del fiorente commercio di petrolio e gas, affiancandovi una serie di riforme che nei decenni del suo governo hanno permesso di finanziare cospicui investimenti sia in infrastrutture, sia in sanità, sia in istruzione.
Nonostante il forte accentramento di potere, con l’Assemblea Legislativa relegata ad un mero ruolo consultivo, ed una ancora forte disparità fra aree urbane ed aree rurali, il welfare state omanita permette ai propri cittadini di avere assistenza medica pubblica e gratuita, una capillare rete scolastica sul territorio nazionale e l’esenzione dal pagamento di tasse.
Fattori che hanno permesso una leadership salda del Sultano, che forte della ricchezza delle casse dello Stato ha portato avanti anche coraggiose riforme sociali, soprattutto a beneficio del ruolo della donna.

Il suffragio universale, ad esempio, è stato riconosciuto nei primi anni del nuovo millennio così come i pari diritti nelle dispute ereditarie e la stipula per legge dell’uguaglianza tra uomini e donne in campo lavorativo. Quest’ultime, infatti, possono sia possedere proprietà e gestire attività, sia rivestire incarichi di primo fascia nell’organizzazione pubblica, oltre ad essere in costante aumento la loro presenza nei settori dell’insegnamento ed in ruoli dirigenziali.

il defunto Sultano Qabus bin Said al Said

Ulteriore elemento che ha fatto dell’Oman terra stabile anche agli occhi della comunità internazionale, è da individuare nella moderna visione dell’Islam che coinvolge il paese.
Visone che supera il dualismo fra sunnismo e sciismo, nel quale l’Asia occidentale è imbrigliata, ma che propone una terza via musulmana, pragmatica e tollerante. Circa tre omaniti su quattro, e fra questi anche il Sultano Qabus, infatti, abbracciano la fede dell’Islam ibadita.

Gli ibaditi, che hanno proprio a Mascate – capitale dell’Oman – la loro moschea principale, sono a loro volta parte di un insieme più grande, indispensabile da individuare se ne si vuole comprendere l’estraneità alle due principali correnti: la famiglia kharigita.
Il kharigismo, letteralmente “coloro che escono”, si forma in seno allo scisma conseguente la diatriba sulla successione califfale, sostenendo le pretese di potere di Alì, marito di Fatima, figlia del profeta Maometto e quindi suo genero.

Alì, quarto califfo e primo Imam per gli sciiti che dalla sua morte individuano le radici della loro separazione, ebbe l’appoggio dei kharigiti soltanto finché essi non ne osteggiarono la scelta di non combattere per la successione del comando, ma anzi scendere a compromessi con quella che oggi si potrebbe identificare come la controparte sunnita.
In questo intricato nodo di storia dell’Islam, la componente ibadita, per quanto estremamente minoritaria nel mondo musulmano, è l’unica sopravvissuta nel raccogliere l’eredità kharigita.

Dinamiche ancestrali, che oggi permettono però al Sultanato di essere interlocutore credibile con le varie parti in gioco dello scacchiere mediorientale.

Politica estera e congiuntura economica saranno inoltre il banco di prova dell’autorevolezza del successore di Qabus: Haitham bin Tariq al Said, cugino del defunto Sultano.
La famiglia reale, incaricata di svelare il contenuto della busta lasciata in eredità dal capo dello Stato, si è riunita con una sorprendente celerità poche ore dopo la sua morte.
L’obbiettivo era non mostrare neanche il minimo tentennamento sia davanti al parterre internazionale, che da una possibilità instabilità della nazione potrebbe trarre profitto, sia davanti ai propri cittadini, evitando spinose controversie sulla scelta del candidato.
Haitham bin Tariq al Said ha già ricoperto importanti incarichi all’interno del Ministero degli Affari Esteri, dal 2002 era Ministro della cultura e del patrimonio e dal 2013 guidava il comitato per lo sviluppo di Oman Vision 2040, il piano per diversificare l’economia del Sultanato.

Haitham bin Tariq al Said

Se infatti Qabus ha potuto costruire il suo regno sull’affidabilità delle risorse energetiche, anche il benestante Oman, come altre petromonarchie della regione, sarà chiamato nel futuro prossimo ad una più oculata gestione dei propri asset.

La situazione fiscale del paese, in particolare, desta più di una preoccupazione.
Il rapporto debito/PIL è in costante aumento da oltre un lustro e, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, anche la crescita economica potrebbe sensibilmente rallentare.
Haitham dovrà essere in grado di proporre soluzioni credibili al problema, richiamando numerosi investitori esteri e stringendo alleanze con la folta e potente platea delle famiglie mercantili dell’Oman, per promuovere investimenti privati in un sistema nazionale di servizi oggi molto generoso.

Il termometro sulla bontà delle azioni del nuovo Sultano, però, sarà misurato soprattutto sulla capacità relazionale che ha sempre reso Mascate mediatore e mai attore di controversie e conflitti.

Qabus ha collocato l’Oman in posizione di equidistanza diplomatica fra Arabia Saudita ed Iran, principali protagonisti del palcoscenico mediorientale, ed è stato paziente interlocutore delle varie amministrazioni statunitensi che si sono susseguite all’interno dello Studio Ovale.
Haitham dovrà dimostrare di poter percorrere il solco tracciato dal predecessore, conservando il suo ruolo indipendente nella regione, promuovendo il rifiuto all’estremismo e continuando l’atteggiamento di neutralità finora perseguito nei teatri di guerra, dalla Libia alla Siria, passando per lo Yemen.

Probabile che manterrà un canale di dialogo privilegiato con il mondo occidentale, in particolare con il governo del Regno Unito, dove ha studiato, e con il quale il Sultanato ha storicamente un rapporto privilegiato.
Dovrà inoltre continuare la sua strategia inclusiva e distante da ogni forma di polarizzazione.
Sia per allontanare possibilità di ingerenza esterna, sia per proseguire il suo lavoro di facilitatore internazionale.
Lavoro tanto silenzioso quanto prezioso.

Fonti

https://www.reuters.com/article/us-oman-sultan/omans-sultan-qaboos-dies-successor-vows-to-pursue-peace-idUSKBN1ZA00J

https://edition.cnn.com/2020/01/11/middleeast/oman-sultan-qaboos-bin-said-death-intl/index.html

https://www.forbes.com/sites/dominicdudley/2018/04/19/oman-reform-economy-imf/#5cc96a473198

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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