REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN: POLITICA ESTERA OLTRE IL CONVENZIONALE

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Gli eventi di tensione fra Stati Uniti e Iran sul territorio iracheno, oltre a disegnare le traiettorie future dei rapporti di forza in Medio Oriente, svelano con chiarezza la strategia, diplomatica e non, portata avanti negli anni dalla Repubblica degli Ayatollah

​I moti iraniani di protesta del ’78 che accomunarono comunisti e mullah, la cacciata dell’ultimo Scià Reza Pahlavi nel gennaio del ’79 ed il ritorno nello stesso mese dello Ayatollah Khomeini, oggi venerato come un Imam.

La presa degli ostaggi nell’Ambasciata americana di Teheran, ed il conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein iniziato nell’80 e protrattosi con sanguinaria violenza per otto lunghissimi anni.
Se si volessero ben comprendere i rapporti che coinvolgono la Repubblica Islamica dell’Iran, la Repubblica d’Iraq e gli Stati Uniti d’America, ripercorrere solo gli avvenimenti degli ultimi quattro decenni non sarebbe, forse, sufficiente.

Le cronache del quotidiano, inoltre, riportano con rinnovato vigore l’attenzione della comunità internazionale sul particolare intreccio che lega ed interseca i tre Stati, i loro governanti, le loro popolazioni, e, allargando lo sguardo, anche il contesto mediorientale nel suo caleidoscopico insieme.
Sul suolo iracheno, infatti, nelle ultime settimane si sono susseguite rappresaglie che interessano ogni elemento del fragile treppiede.
L’uccisione di un contractor americano in una base militare nei pressi di Kirkuk, ha attivato, non più di due settimane fa, una reazione a catena tutt’ora in evoluzione.
Il governo a stelle e strisce ha ritenuto responsabile della morte del proprio soldato – e del ferimento nello stesso attacco di altri militari sia statunitensi che iracheni – la milizia sciita Kataib Hezbollah, formazione irachena fortemente legata all’Iran.

Pertanto, nei giorni successivi, Washington ha deciso di bombardare cinque diverse postazioni della milizia siti sia in territori amministrati dall’Iraq, sia in Siria.
Fra martedì 31 dicembre e mercoledì primo gennaio, quindi, appartenenti a Kataib Hezbollah ed altri miliziani non identificati hanno assaltato l’Ambasciata USA di Baghdad.

Un’azione che per quanto non abbia provocato morti, ha costituito una frattura sia diplomatica che strategica nei rapporti già burrascosi fra le parti in causa.
È stata inoltre conseguenza di una decisione altrettanto radicale.
Nella prima mattinata di venerdì 3 il Presidente americano Donald Trump ha dato ordine di uccidere, per mezzo di un drone che ha sorvolato l’aeroporto internazionale di Baghdad, il comandante Abu Mahdi al-Muhandis, capo della milizia Kataib Hezbollah, ed il generale Qassem Soleimani, leader delle forze speciali Quds, e fra gli iraniani più noti sia in patria che non.
Rapida la replica di Teheran che, nella notte di mercoledì 8, ha lanciato diciassette missili su due diverse basi militari statunitensi in Iraq.

Un botta e risposta sempre più violento che è specchio di tensioni che sono man mano cresciute da quando Trump ha scelto di smarcarsi dall’accordo sul nucleare che i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, assieme all’Unione Europea, avevano stretto con la Repubblica Islamica dell’Iran affinché eliminasse le sue riserve di uranio arricchito, e rinunciasse quindi all’arma atomica.

Abu Mahdi al-Muhandis, leader della milizia Kataib Hezbollah

Una matassa, insomma, che per essere dipanata necessita di essere articolata in ogni suo elemento.
La presenza statunitense in Iraq risale al marzo del 2003, in seguito ad un celebre discorso che l’allora Segretario di Stato USA Colin Powell tenne all’ONU mostrando in maniera teatrale una fialetta di polvere bianca, prova – secondo il diplomatico – del possesso di armi chimiche da parte del regime di Saddam Hussein, al tempo Presidente iracheno.

Il conseguente invio di truppe per decisione dell’amministrazione Bush aiutò marcatamente la coalizione internazionale intervenuta sul campo proprio per rovesciare il leader iracheno, deposto in meno di un anno
Dal 2003, pur variando nel numero complessivo del contingente, i soldati a stelle e strisce sono, in Iraq, una costante.
Al momento, però, la loro presenza – sono circa seimila gli uomini all’interno dei confini di Baghdad – è incerta e vacillante come mai prima.
Si rincorrono infatti dichiarazioni e smentite fra Casa Bianca e Pentagono in merito ad una possibile totale ritirata, che, dopo gli avvenimenti degli ultimi giorni, è diventata ipotesi ben più concreta dei meri proclami del Presidente Trump di “riportare i ragazzi a casa”, ritenuta fino a poco tempo fa una dichiarazione più che altro da propaganda elettorale.

Anche il Parlamento iracheno, sempre nei giorni scorsi, ha votato una mozione che richiederebbe al proprio Governo di far cessare l’accordo che consente alle truppe americane, oggi formalmente stanziate in Iraq in chiave anti-ISIS, di risiedere nel paese.
La mozione è stata votata unicamente dalle forze sciite del Parlamento, mentre la componente sunnita e curda ha disertato la seduta.
Il Primo Ministro iracheno, lo sciita Abdil Abdul Mahdi, oltre alla recente crisi internazionale deve gestire da diverse settimane anche ribollenti proteste interne che a inizio dicembre scorso lo hanno costretto a rassegnare le proprio dimissioni nella mani del Presidente Barham Salih.
Tutt’ora in carica, in attesa che venga designato un successore, ha appoggiato la scelta del Parlamento, abdicando alla politica di equa distanza fra Stati Uniti ed Iran che aveva sempre provato a mantenere durante il suo mandato.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, infatti, l’influenza iraniana in Iraq è stata sempre più cospicua.
Le manifestazioni trasformatesi in rivolte che hanno interessato Baghdad e le principali città del paese da circa due mesi, oltre a denunciare disoccupazione, corruzione e servizi pubblici scadenti, chiedeva all’autorità centrale di smarcarsi dall’ingerenza di Teheran.
L’odierna Repubblica d’Iraq, infatti, ha una composizione settaria, religiosa e confessione che da diciassette anni a questa parte fatica a far conciliare, e l’influenza della Repubblica degli Ayatollah è stata sempre più asfissiante.
Il generale iraniano Qassem Soleimani, morto per mano del raid statunitense, era atterrato nella capitale proprio per proseguire il suo impegno nel sedare le proteste che avevano visto prendere di mira anche un consolato della Repubblica Islamica d’Iran.

La sua presenza in Iraq come in Siria, in Libano e in Yemen, ne ha forgiato la caratura di deus ex machina dei tatticismi internazionali di Teheran, gettando al contempo molte ombre sulle modalità del suo operato.
Fattosi le ossa nel conflitto Iraq-Iran dell’80-88, aveva scalato le gerarchie dei vertici militari fino ad essere a capo delle forze Quds, di fatto il responsabile delle operazioni esterne per le Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, il braccio armato della teocrazia iraniana.
Eroe in patria ed allo stesso tempo demone per diverse popolazioni – spesso sunnite – che dal Libano all’Iraq hanno esperito il suo stringente controllo.

il generale Qassem Soleimani

Fin dalla sua nascita sulla spinta della rivoluzione del 1979, infatti, la Repubblica Islamica dell’Iran ha dovuto destreggiarsi nell’arena internazionale stretta fra le ostilità della controporta sunnita, l’Arabia Saudita dei regnanti wahabiti Al Saud, e soprattutto le sanzioni economiche – principalmente statunitensi – che ne hanno fortemente limitato l’operato, in particolar modo nel comparto militare.

Esempio nitido è offerto dalla classifica dei paesi maggiormente coinvolti nella spesa militare.

America ed Arabia Saudita occupano rispettivamente primo e terzo posto, per trovare l’Iran, invece, bisogna scorrere fino alla diciottesima posizione, alle spalle di Stati quali Giappone, Turchia, Israele ed Italia.
La sua strategia, quindi, si è espressa – e si è dovuta esprimere – in maniera non convenzionale.

Negli anni ha intessuto una fitta rete di contatti con numerose realtà della geografia mediorientale.

Svariate sono, inoltre, le milizie, formazioni specializzate in guerriglia, alleati della lotta armata, con i quali Teheran non ha mai smesso di dialogare e finanziare.
Da Hezbollah in Libano, al governo alauita in Siria, alle popolazioni Houthi in Yemen, ad Hamas in Palestina, a Kataib Hezbollah in Iraq, quest’ultima addirittura inglobata di fatto nelle forze armate regolari dello Stato.

Per intessere la tela, l’Iran, ha costruito solide relazioni sulla comune appartenenza talvolta culturale, talvolta religiosa, talvolta politica, talvolta valoriale dei propri interlocutori.

Ha saputo orchestrare con maestria rapporti – anche secolari – in base alla propria convenienza, sopperendo alla mancata potenza di fuoco dei suoi competitor.

Burattinaio delle fila è stato a lungo proprio il generale Soleimani, per questo obbiettivo di massima importanza dell’intelligence a stelle e strisce da diverso tempo.

Soleimani incarnava a pieno tutto le contraddizioni del tatticismo iraniano e che la cornice irachena, oggi ribollente, perfettamente racchiude.
Pur con le piazze in rivolta anche contro l’ingerenza iraniana, infatti, centinai di migliaia di persone si sono letteralmente riversate nelle strade di Baghdad per assistere alle spoglie di Qassem Soleimani.
Tre giorni dopo, il 7 gennaio, si stima siano circa cinquanta i morti nella ressa per le celebrazioni funebri a Kerman, sua città natale, che ha accolto il generale con la devozioni che si riserva ai martiri in un paese a vocazione sciita dove il martirio assume un’enorme rilevanza, e che non viveva un tale evento di raccoglimento dalla morte dello Ayatollah Khomeini, il padre della Repubblica.

Il tributo pagato sia dalla popolazione iraniani, sia – soprattutto – da quella irachena, fa comprendere che nonostante in ampie parti dell’Asia occidentale la presenza, indiretta o diretta, di Teheran possa essere mal digerita, il vincolo culturale, religioso e valoriale instaurato crea comunque una solida interconnessione, che viene sfruttata anche in termini strategici.

È, quindi, proprio per la peculiarità di una politica estera iraniana non convenzionale, e per l’abissale forbice che separa forza armata di Iran e Stati Uniti, che difficilmente si esaspererà ulteriormente il conflitto fra le due potenze.

Più probabile, invece, che l’Iraq sempre più balcanizzato che si profila all’orizzonte sia terreno di uno scontro a bassa intensità fra quegli attori che in Medio Oriente ambiscono a diventare protagonisti.

Una figura controversa, quindi, che, con la sua dipartita, offre più di uno spunto di analisi sulla strategia di politica estera della Repubblica Islamica.

 

 

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