LIBIA: SI AL “CESSATE IL FUOCO” PROPOSTO DA PUTIN ED ERDOGAN

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La Libia ha detto si al “cessate il fuoco” dopo il colloquio avvenuto ieri, a Instabul, tra Erdogan e Putin che hanno chiesto la sua applicazione a partire dalla mezzanotte di Domenica 12 Gennaio.

Il Gna (Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico) ha pubblicato una nota in cui si legge che il Consiglio “accoglie con favore qualsiasi appello alla ripresa del processo politico e ad allontanare lo spettro della guerra, in conformità con l’Accordo politico libico e il sostegno alla Conferenza di Berlino patrocinata dalle Nazioni Unite”

I due leader hanno sostenuto con forza la necessità di trovare una soluzione politica condotta dalle forze libiche ricordando il rischio di appoggiare una soluzione militare del conflitto che “porterebbe solo a ulteriori sofferenze e renderebbe più profondi i dissidi fra i libici”.

L’Unione Europea, che finora ha annaspato in una diplomazia tendenzialmente inefficace, in questa occasione, pare abbia finalmente mostrato la volontà di prendere la situazione in mano. Il Presidente del Consiglio UE, Charles Michel, e l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell, dopo l’incontro con Serraj, hanno manifestato l’intenzione dell’Europa di intensificare gli sforzi verso una soluzione pacifica in Libia, sostenendo pienamente “il processo di Berlino e tutte le iniziative delle Nazioni Unite volte a trovare una soluzione politica globale alla crisi”.

Se la Libia riuscirà davvero a rispettare l’impegno preso emergerebbe, ancora una volta, quanto Putin sia ormai una delle figure centrali degli affari del Mediterraneo. Inoltre sia Putin che Erdogan hanno dimostrato una grande prova di diplomazia. Ricordiamo infatti che Russia e Turchia sono in realtà rivali sul fronte libico: Vladimir Putin finora ha appoggiato il generale Khalifa Haftar, mentre Erdogan è stato un solido alleato del premier Fayez al-Serraj.

Una delle motivazioni che può aver spinto verso questo sodalizio potrebbe essere la volontà di attuare lo schema già collaudato in Siria, attuando una divisione per “zone di influenza” soprattutto per quanto riguarda l’aspetto energetico. Tuttavia la situazione libica, particolarmente complessa, potrebbe ribaltarsi in qualunque momento, ostacolando i progetti dei due leader che intendono sempre di più affermarsi come punti di riferimento per la risoluzione delle tensioni del Mediterraneo e del Medio Oriente.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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