ASSASSINIO SOLEIMANI: VENDETTA ANNUNCIATA. MA QUANDO E IN QUALI FORME?

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row custom_padding=”0px||” custom_margin=”0px||” _builder_version=”3.24.1″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.0.47″][et_pb_text _builder_version=”3.24.1″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”]A seguito del raid che ha abbattuto, tra gli altri, il generale delle brigate estere filoiraniane, Qassim Soleimani, l’Iran ha promesso vendetta contro l’azione “codarda e criminosa” degli Stati Uniti. Se l’assassinio del potente generale ha prodotto alcuni effetti immediati nel campo interno iraniano, nella regione e a livello internazionale, l’annunciata reazione di Teheran tiene il mondo con il fiato sospeso. Esistono varie opzioni sul tavolo, e gli Stati Uniti potrebbero non essere gli unici a risentirne
Non era un santo, ma nemmeno uno spietato terrorista. Era impegnato da vent’anni nell’elaborazione e conduzione della strategia militare iraniana in Medio Oriente, tanto da meritarsi l’appellativo di architetto di quella mezzaluna sciita che dal Libano all’Iraq, passando per la Siria, determina l’area di influenza iraniana nella regione. È pur vero che, negli anni, tramite l’appoggio logistico e finanziario alle milizie sciite ha concorso alla destabilizzazione dei Governi locali, ma è altrettanto noto lo sforzo delle stesse formazioni militari nella lotta all’ISIS.

Oggi, la salma di Qassim Soleimani divide chi esulta per la scomparsa di un generale antiamericano e antisionista da chi lo commemora come martire e, in sinergia con il regime iraniano, invoca una risoluta vendetta. Il Consiglio Supremo dell’Iran, retto dall’ayatollah Ali Khamenei, ha promesso che “il più grande errore strategico degli USA in Medio Oriente” non resterà impunito e la vendetta avverrà “nel momento e nel posto giusto”.
Il Presidente Trump attende il passo di Teheran e ha avvertito che risponderà in modo sproporzionato; tuttavia l’Iran ha varie frecce nel suo arco, tanto che l’annunciata vendetta potrebbe concretizzarsi in una somma di “piccole” ritorsioni. Mentre l’Iran ha immediatamente annunciato che riprenderà il programma nucleare, sfilandosi dall’accordo del 2015, si possono ipotizzare almeno cinque opzioni tali da assumere la forma di vendetta, e che tengono conto del repertorio d’azione iraniano e delle debolezza statunitensi in Medio Oriente.
 

  1. Attacchi contro installazioni militari USA in Medio Oriente: l’Iran ha chiesto a più riprese agli Stati Uniti di richiamare i propri soldati dalla regione. Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca una risoluzione non vincolante adottata dal parlamento iraqeno, secondo cui i contingenti della coalizione anti ISIS, in particolare le forze statunitensi, avrebbero esaurito la loro funzione. Se, come sembra, la richiesta non dovesse essere accolta, l’Iran potrebbe prendere di mira i 5.000 soldati USA in Iraq: è lo scenario evocato, attraverso una intervista alla CNN, da un Consigliere militare di alto livello della Guida Suprema iraniana.
  2. Raid contro Israele: il più grande alleato statunitense nell’area, che ha plaudito all’assassinio di Soleimani, vive momenti di apprensione. In particolare, i Pasdaran iraniani (l’élite militare che risponde direttamente alla Guida Suprema) hanno aperto ad azioni militari contro il nemico giurato sionista, con quel “cancelleremo Israele”che da 40 anni è un paradigma della politica regionale di Teheran.
  3. Guerra cibernetica (cyberwarfare): dal 2010, l’hackeraggio di istituzioni e agenzie governative statunitensi è una pratica invalsa. Il regime dell’Iran, infatti, può contare su una squadra di hacker di eccellenza, a cui, per il momento, le infrastrutture americane hanno tenuto testa. Si ravvisa, in tale contesto, il recente attacco ad un sito del governo statunitense (Federal Depository Library Program) nei giorni successivi alla morte di Soleimani.

  1. Transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz: e la mente va subito agli incidenti delle petroliereche si sono susseguiti nel 2019. Le forze iraniane furono accusate da Stati Uniti e alleati del Golfo (in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), ma hanno sempre negato responsabilità dirette. Tuttavia, permangono ancora incertezze sui colpevoli, dato che il coinvolgimento iraniano in tali azioni potrebbe essere spiegato come ritorsione alle sanzioni secondarie statunitensi che hanno significativamente ridotto l’export di petrolio iraniano. A seguito del crescendo di tensioni, la minaccia potrebbe riaffacciarsi. Secondo l’Eurasia Group, infatti, “l’Iran potrebbe lanciare esercitazioni navali nell’area per disturbare il transito delle petroliere”, suscitando la preoccupazione delle forze navali statunitensi nei pressi dello Stretto di Hormuz, crocevia da cui transita il 30% del petrolio via mare.
  2. Ritorsioni per procura tramite le milizie estere filoiraniane: l’uccisione del popolare generale Soleimani ha scatenato un’ondata di solidarietàe desiderio di rivalsa non solo in Iran, ma anche tra le milizie sciite in Libano, Iraq, Yemen e i jihadisti palestinesi afferenti ad Hamas. Piuttosto che indebolire l’influenza iraniana presso tali Paesi, l’assassinio Soleimani ha ringalluzzito formazioni come Hezbollah (Libano), Asaib Ahl Al-Haq e Kataeb Hezbollah (Iraq), Houthi (Yemen) e i miliziani palestinesi della Striscia di Gaza. Tali gruppi hanno persino inviato delegazioni in Iran ai funerali di Stato del generale e, come ha annunciato il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, promettono rappresaglie contro USA e Israele nei rispettivi teatri di scontro.


Sia i vertici del governo iraniano che il Presidente Trump hanno escluso un’imminente guerra, poiché un confronto militare diretto si rivelerebbe esiziale per entrambe le parti. L’unica certezza è che la reazione di Teheran, prima o poi, arriverà. Dall’intensità di quest’ultima dipenderà l’evolversi delle ostilità.
Fonti:
https://www.reuters.com/article/us-iraq-security-blast-iranforeignminist/irans-zarif-says-soleimani-killing-will-boost-resistance-in-region-idUSKBN1Z209F
https://www.theguardian.com/world/2020/jan/05/us-government-agency-website-hacked-by-group-claiming-to-be-from-iran
https://www.agi.it/estero/iran_nucleare_accordo_bomba_atomica-6834215/news/2020-01-06/
https://apnews.com/e15c6b470ff3baeaa99a4dfc77ca3ef2
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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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