LA MORTE DEL GENERALE IRANIANO QASSIM SULEIMANI E’ LA CADUTA DI UN SIMBOLO DELL’ANTIAMERICANISMO IRANIANO

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Venerdì 3 gennaio, il comandante della sicurezza e dell’intelligence iraniana, il generale Qassim Suleimani, è deceduto durante un attacco americano all’aeroporto internazionale di Baghdad, quando un drone MQ-9 ha colpito un convoglio che stava abbandonando l’aeroporto. Il raid, autorizzato dal Presidente Donald Trump, ha anche ucciso vari ufficiali delle milizie irachene del PMU (Popular Mobilization Units) che avevano il compito di accompagnare la delegazione iraniana. Quali saranno le conseguenze di questo attacco? Quali invece le strategie, ammesso che vi siano, che hanno portato gli Stati Uniti a optare per tale rischiosa scelta?

L’Iraq, negli ultimi giorni, sembrava esser diventato il protagonista di una proxy war, ossia una guerra per procura, tra Iran e Stati Uniti. Tale scenario ha iniziato a prendere forma, quando una folla di manifestanti iracheni del PMU, filo-iraniani, sono riusciti a fare irruzione nell’ambasciata americana a Baghdad, mantenendone il controllo per un paio di giorni. La tensione tra Iran e Stati Uniti, recentemente è infatti notevolmente aumentata.  La presa dell’ambasciata è stata la conseguenza di vari attacchi aerei condotti dagli Stati Uniti su campi gestiti da una milizia vicina sia al PMU che a Teheran. Tali operazioni americane, a loro volta, sono state la conseguenza dell’uccisione di un appaltatore statunitense da parte di suddetta milizia, durante un attacco a una base vicino Kirkuk, dove erano stati collocati militari e appaltatori civili di nazionalità statunitense.

Dopo la presa dell’ambasciata americana a Baghdad, gli Stati Uniti hanno schierato circa 750 truppe aerotrasportate in Kuwait, come forze atte a intervenire rapidamente in Iraq qualora vi fosse la necessità. L’assassinio di Suleimani lascia quindi l’Iraq in una situazione estremamente pericolosa, in balia di una possibile nuova ondata di violenze.

Il generale Suleimani, che guidò gli interventi militari iraniani in Iraq e Siria, è considerato da  circa vent’anni la mente di qualsiasi operazione militare e di intelligence che si sia dimostrata significativa intermini di strategia geopolitica.

La sua morte, che si colloca all’interno di una già grave e sanguinosa escalation della lotta tra Stati Uniti e Iran, al fine di assicurarsi il primato di influenza sulla regione, sarà sicuramente un duro colpo per l’Iran, la sua intelligence e l’intera Guardia della Rivoluzione.

Sono molti coloro che consideravano il generale Suleimani uno dei personaggi più potenti dell’Iran, secondo solo all’ayatollah Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, ma probabilmente più influente addirittura del Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Hassan Rouhani. Suleimani, infatti, rispondeva direttamente alla Guida Suprema iraniana, e non al Presidente, di cui non evitò mai di criticare l’eccessiva moderazione, specialmente dopo il “fallimento” dell’accordo sul nucleare iraniano.

Attraverso l’utilizzo della giusta combinazione tra impegno diplomatico e militare, Suleimani è stato sicuramente il primo responsabile della proiezione della potenza iraniana sulla regione, instaurando forti legami con l’Iraq e stabilendosi militarmente in una Siria distrutta dalla guerra, in questo modo creando un collegamento tra Teheran e il Mar Mediterraneo, ma anche stabilendo una sorta di confine fisico con Israele.

European Council on Foreign Relations https://www.ecfr.eu/mena/battle_lines/israel

Le forze americane accusavano infatti Suleimani di aver causato la morte di moltissimi soldati americani durante la guerra in Iraq, avendo fornito agli iracheni addestramento e attrezzature avanzate per la fabbricazione di bombe.

Dopo l’attacco, il Pentagono ha inoltre dichiarato: “Il generale Suleimani stava sviluppando attivamente piani per attaccare i diplomatici americani e i membri del servizio militare in Iraq e in tutta la regione” senza tuttavia specificare ulteriori particolari riguardo questi possibili attacchi, né tantomeno rivelare alcun dettaglio riguardo l’operazione di intelligence che ha portato all’attacco di venerdì. Come spesso capita nella storia, quello che per gli Stati Uniti era un uomo senza scrupoli, per il popolo iraniano era invece un patriota, un eroe. [1] 

Trump, con questa scelta, ha essenzialmente rotto con il passato. Egli, infatti, non è di certo stato il primo a pensare che la morte di un simbolo come Suleimani potesse infliggere un grave colpo ai nemici iraniani. Anche suoi predecessori, George W. Bush e Barack Obama, furono messi davanti a questa opzione, ma per anni evitarono di intraprendere un’azione simile per paura di scatenare una guerra tra Stati Uniti e Iran.

Il senatore democratico Chris Murphy su Twitter ha infatti dichiarato: “Una delle ragioni per cui generalmente non assassiniamo i funzionari politici stranieri è la convinzione che tale azione farebbe uccidere più, non meno, americani”. [2] 

Andy Kim, democratico del New Jersey ed ex direttore per l’Iraq del Consiglio di Sicurezza Nazionale del Presidente Barack Obama ha inoltre dichiarato: “Questo è uno scenario su cui ho riflettuto per molti anni, che potrebbe portare al tipo di violenza e di caos da cui abbiamo disperatamente cercato di tenerci fuori: i prossimi giorni saranno cruciali”.

Trump ha autorizzato l’operazione in un momento in cui il Congresso era in pausa, e la Casa Bianca ha giustificato l’azione come un’autodifesa, inserendo la missione nel contesto delle operazioni antiterrorismo. Ma i Democratici e forse anche alcuni Repubblicani del Congresso la considereranno sicuramente come un’usurpazione dell’autorità del legislatore di decidere riguardo questioni di guerra e di pace.

La morte del potentissimo generale Sulemaini ha inoltre diviso il Congresso lungo le sue linee di partito e sicuramente riaccenderà in America il dibattito riguardo la possibilità che il Congresso limiti i poteri di guerra del Presidente.

La speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha già condannato l’attacco poiché esso è  avvenuto senza la necessaria consultazione del Congresso, dichiarando: “La più grande priorità dei leader americani è quella di proteggere le vite e gli interessi americani […] Allo stesso tempo non possiamo mettere ulteriormente a rischio la vita di diplomatici e soldati americani presenti in quelle zone, impegnandoci in azioni provocatorie e spropositate. L’attacco aereo di stasera rischia di causare un’ulteriore pericolosa escalation di violenza”. [3]   

D’altra parte invece, i membri del Congresso Repubblicani hanno elogiato il Presidente per la scelta di attaccare la mente della strategia d’espansione iraniana degli ultimi vent’anni, dichiarando che ora, finalmente, l’Iraq potrà scegliere il proprio futuro libero dal controllo iraniano. L’attacco, a loro parere, è stato necessario al fine di non far confondere agli occhi degli iraniani la “moderazione” americana con debolezza.

Molti esperti americani di medio oriente non hanno fatto mistero dell’alta probabilità che gli iraniani possano vendicare l’uccisione del potente generale in maniera molto aggressiva. In moltissimi equiparano infatti accaduto a una vera e propria dichiarazione di guerra, indipendentemente dal fatto che Trump lo volesse o meno. Il futuro, tuttavia, è impossibile da prevedere e solo il tempo ci dirà se gli Stati Uniti, venerdì 3 gennaio hanno creato un casus belli, catapultando la nazione nell’ennesimo conflitto mediorientale senza fine.

Essenzialmente, quindi, perché Trump ha deciso di procedere con l’uccisione del più temuto generale d’Iran e forse del medio oriente?  
Molte sono le teorie in merito. E’ possibile che l’operazione di venerdì rientrasse in un disegno strategico atto a provocare una dichiarazione di guerra agli Stati Uniti.  Appare, invece, poco probabile che tutto sia stato pianificato al fine di rafforzare la credibilità di Donald Trump in vista delle elezioni del 2020, poiché è ormai noto che l’elettorato americano attribuisce solitamente scarsa rilevanza alle questioni di politica estera. L’opzione più probabile è che l’assassinio del simbolo dell’espansionismo strategico iraniano sia in realtà stato uno sforzo avventato e uno zoppicante tentativo di arginare la crescente influenza regionale dell’Iran, in modo particolare in Siria e in Iraq.

Data la sostanziale rilevanza politica e militare della figura di Suleimani, le ritorsioni saranno dunque inevitabili. Gli iraniani sicuramente risponderanno aumentando la loro influenza in Iraq e probabilmente in Arabia Saudita, dove risiedono enormi interessi americani, soprattutto di natura economica.

Né l’Iran né gli Stati Uniti, tuttavia, vorrebbero una guerra.

La più grande vittima dell’operazione sarà sicuramente la stabilità della regione. Nei prossimi giorni, infatti, potremmo osservare un mercato del petrolio molto più volatile, anche a causa del fatto che molti alleati degli Stati Uniti nella regione saranno oggetto di ritorsioni economiche. Inoltre, l’Iran, per timore di un’infiltrazione statunitense che possa creare disordini, difenderà maggiormente la sua politica interna, irrigidendo ulteriormente la situazione relativa al rispetto dei diritti umani. [4] 

 

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