Non solo Stati Uniti. Sono numerosi gli Stati sovrani del continente americano che, nel corso dell’anno 2020, saranno sotto i riflettori della comunità internazionale, che guarderà alle elezioni come un’occasione per scombinare, mescolare e ridistribuire le carte in tavola della regione caraibica.

Non solo Stati Uniti. Sono numerosi gli Stati sovrani del continente americano che, nel corso dell’anno 2020, saranno sotto i riflettori della comunità internazionale, che guarderà alle elezioni come un’occasione per scombinare, mescolare e ridistribuire le carte in tavola della regione caraibica. La Repubblica Dominicana andrà a elezioni a maggio e vedrà la concorrenza i due partiti principali, il Partido Revolucionario Moderno e il Partido de la Liberaciòn Dominicana, attualmente al governo. L’attuale presidente Medina non ha intenzione di candidarsi per il suo terzo mandato, poiché significherebbe riformare la costituzione e incombere in malcontenti popolari guidati dall’opposizione. Sempre nel mese di maggio si terranno le elezioni in un altro Paese, il Suriname, dove non tutto sembra filare liscio come l’olio. Le tensioni interne, infatti, sono forti: il presidente Bouterse, condannato recentemente per omicidio, costituisce il pretesto perfetto per scatenare l’opposizione, che potrebbe avere la meglio; tuttavia la ripresa economica del Paese e il nuovo giacimento petrolifero scoperto a gennaio 2020 sbilanciano i piattini a favore dell’attuale partito di governo.

Agosto è il mese di Saint Kitts e Nevis, un piccolo arcipelago dell’America Centrale con una democrazia parlamentare federale; a settembre, invece, le elezioni si svolgeranno in Trinidad e Tobago, mentre a novembre nella monarchia parlamentare del Belize. Infine, Saint Vincent e Grenadine vedrà le elezioni parlamentari nel mese di dicembre.

Ma le primissime elezioni caraibiche, generali e regionali, si sono svolte ieri, lunedì 2 marzo, nell’ex colonia britannica della Guyana, una repubblica presidenziale che nella tornata elettorale ha coinvolto undici partiti. Si tratta di elezioni anticipate indette dal presidente David Granger su sentenza della Corte di Giustizia dei Caraibi, datata 23 settembre 2019. Tale sentenza ha sancito la legittimità del voto di sfiducia nei confronti di Granger, eletto nel 2015 con un solo voto di differenza rispetto all’opposizione. Il problema è sorto quando, a fine 2018, un membro della maggioranza è passato all’opposizione, ribaltando la situazione politica e portando la Guyana in un stato di profonda instabilità governativa.

 Il ruolo della comunità internazionale, in queste elezioni, è decisivo. In una nota congiunta, Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea hanno denunciato l’incertezza politica della Guyana come un problema dalle forti ripercussioni economiche, sociali e democratiche: se il Paese non è stabile, non offre garanzie e sicurezze, gli investitori non vedono un profitto e lo sviluppo della Guyana ritarda. Un esempio è la sospensione delle attività nel Paese da parte della Rusal, compagnia russa, maggior produttrice mondiale di alluminio. Ma l’interesse delle medie e grandi potenze guarda, in realtà, a un settore specifico: quello petrolifero. Infatti, la Guyana è una delle nuove potenze petrolifere mondiali da quando ExxonMobil ha scoperto vasti giacimenti. Il Fondo Monetario Internazionale stima una crescita dell’85,6% per il Paese caraibico,  dovuta per l’appunto all’oro nero. La guerra economica tra Cina e Stati Uniti coinvolgerà, inevitabilmente, anche la regione caraibica, soprattutto i Paesi in forte crescita e con un forte potenziale produttivo.

 
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