MALI: QUANDO CI SI ABITUA ALLA VIOLENZA

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Save The Children, organizzazione da sempre impegnata nella difesa dei diritti dei minori, afferma che in seguito al pesante conflitto che ha interessato il Mali, oltre 100.000 bambini sono stati sfollati. Inoltre su un milione di bambini un terzo non va a scuola a causa della mancanza di strutture, e della chiusura di quelle esistenti. L’organizzazione ha anche esortato la comunità internazionale a non abbandonare la popolazione che necessita di aiuti umanitari.

Il Mali porta il peso di una pesante eredità storica tra conflitti esterni e una forte frammentazione etnica. Nel 2012 i separatisti Tuareg si alleano con il gruppo armato Ansar Dine, affiliato locale di al-Qaeda, provocando un’intensificazione delle tensioni tra i diversi gruppi etnici. Nel 2013 intervengono le truppe francesi che riescono a rimuovere i separatisti e Ansar Dine dal Nord. Tuttavia questo concentramento delle forze nel nord del Paese lascia un vuoto di potere nella zona centrale, favorendo l’esplosione degli scontri tra le comunità vicine. Inoltre i pastori Fulani, stanchi di subire continui saccheggi da parte dei Tuareg, si uniscono ad altri gruppi armati dando vita a una vera e propria guerra tra etnie che si è consumata nel sangue.

Nel 2015 arriva un punto di svolta con la formazione di Katib Macina, gruppo fondato dal predicatore Fulani Amadou Koufa, che insieme ad Al-Qaida inizia una serie di attentati contro i punti nevralgici delle autorità militari e governative maliane, nel tentativo di distruggere le forze al potere e fondare uno Stato islamico.

Da qui si è dato il via a un ciclo di violenza che non si è mai fermato e che è diventato sempre più brutale. Di fronte a questo scenario potremmo dire che la violenza in Mali è diventata quasi una condizione di normalità. Secondo la Missione MINUSMA, tra Gennaio 2018 e Maggio 2019 sono morti almeno 488 civili Fulani. Inoltre si è assistito, quasi senza stupore, alla distruzione di interi villaggi, amputazione degli arti del bestiame ed altre forme di tortura e di violenza inflitte agli abitanti delle comunità.

Oltre all’operazione delle Nazioni Unite, MINUSMA, è intervenuta anche l’Unione Europea attraverso due missioni per il mantenimento della pace. Tuttavia l’intervento della comunità internazionale appare inefficiente e inadeguato. Queste operazioni, infatti, si basano sull’idea di addestrare la popolazione per l’autodifesa contro gli attacchi dei gruppi separatisti, arginare le azioni di violenza e introdurre la democrazia. Tuttavia in questo modo si finisce per curare il sintomo piuttosto della causa. È necessaria, invece, una strategia che abbandoni gli schemi geopolitici e che ponga le basi per una soluzione politica. La sfida è instaurare un dialogo con, e tra tutte, le parti coinvolte, inclusi i jihadisti, ponendo al centro dell’attenzione gli interessi delle popolazioni locali.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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