COP 25: Una nuova rotta climatica per L’Africa

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Mentre a Madrid sta per concludersi la lunga conferenza sul clima voluta dalle Nazioni Unite, emerge la necessità, per il continente africano, di imboccare una nuova via, incentrata su policies efficaci e un migliore utilizzo dei fondi disponibili, con tutta la cooperazione della comunità internazionale.

Si sta svolgendo in questi giorni il summit di Madrid in ordine all’emergenza climatica. Il COP 25, è stato fortemente voluto dalle Nazioni Unite per portare i principali attori internazionali al tavolo delle trattative, affinché si sviluppino azioni concrete alla lotta ai cambiamenti climatici.  Al summit, è presente anche una fitta delegazione dei paesi africani, che sul dossier clima ha molto da dire, e molto di che lamentarsi. Come già evidenziato, anche da questo istituto, l’Africa produce, nella sua interezza, meno del 4% delle emissioni di tutto il pianeta, ed è però il continente che paga il prezzo più alto per gli sconvolgimenti climatici in atto.

Le celebri cascate Vittoria, al momento alla loro minima portata d’acqua e che, secondo alcuni studiosi, potrebbero scomparire entro i prossimi cinque anni se non si agirà in modo massiccio sul clima.

Ciò che il continente africano richiede ai grandi leader mondiali, tuttavia, non si iscrive nel generico quadro di promesse ed impegni destinati a rimanere lettera morta, ma azioni concrete destinate a creare know-how, implementare le infrastrutture e trasferire competenze agli attori regionali, come evidenziato da uno dei leader della delegazione a Madrid, Tosi Mpanu Mpanu.

Il continente infatti, versa al momento in uno stato drammatico: il lago Ciad ha perso nel corso degli ultimi dieci anni circa il 50% del suo bacino acquifero, la regione dei Grandi Laghi consta in perenne stato di siccità, e Uganda, Kenya e Burundi sono stati colpiti da violente inondazioni che hanno provocato anche numerose vittime. In tutto il continente si sono diffusi spunti per la creazione di un’Agenda politica efficace, specie per quanto riguarda l’utilizzo dei fondi stanziati dal Green Fund, creato dalle Nazioni Unite.  Durante il COP 24, con decisione unanime degli Stati si era infatti provveduto ad un incremento dei fondi a disposizioni, gran parte dei quali destinati a finanziare i territori a Sud dell’equatore.

Tuttavia, i destinatari lamentano la penuria di disponibilità economica, lanciando il sospetto, tutt’altro che infondato, che il diffuso malgoverno e la corruzione dei 47 Paesi africani membri del Green Fund, 33 dei quali inseriti nella lista dei Paesi più poveri del mondo, annullino gli sforzi profusi in sede internazionale. Proprio per questo, a Madrid, è stato chiesto all’Unione Africana, lo sviluppo di policies e best practices per assicurare che fondi vengano effettivamente utilizzati per far fronte al rafforzamento delle infrastrutture del continente e lo sviluppo delle nuove tecnologie.

L’ Africa infatti, da tempo è impegnata nella ricerca di metodi di approvvigionamento energetico alternativi. Il nodo da sciogliere comunque rimane: solo il 20% dei fondi del Green Fund viene effettivamente impegnato per lo sviluppo dei progetti, e gli stati membri (non solo quelli africani) lamentano la difficoltà di accesso al denaro, e la farraginosità del processo burocratico ivi connesso.

L’altro punctum dolens che la delegazione guidata da Mpanu Mpanu dovrà cercare di attenzionare insieme agli altri attori internazionali, e la dimensione dell’impatto che i cambiamenti climatici avranno sull’Africa, soprattutto sul fronte della nutrizione. Come sarà possibile, fornire il cibo necessario ad una popolazione in rapidissima crescita, stanziata su terreni spesso deserti o desertificati. Le ondate di siccità hanno già colpito duramente tutta l’area subsahariana, contribuendo alla nascita di un nuovo fenomeno emergenziale destinato a crescere esponenzialmente e che pertanto va affrontato prima che assuma dimensioni drammatiche: le migrazioni ambientali.

Ed in questo senso è particolarmente importante indagare il legame tra utilizzo di energie rinnovabili e nuovi cicli di produzione sostenibile, che sarebbe in linea con l’obiettivo climatico dell’Agenda Africana con i Sustainable Development Goals, di cui al n.11.  Per questo, altro obiettivo primario del CPO 25, a cui l’Africa partecipa in prima linea, è la creazione di una building capacity  che possa effettivamente contrastare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici agendo su tre livelli: innanzitutto a livello sistemico creando una cornice legale ed operativa comune in cui inserire l’azione dei singoli anche attraverso policies economiche e ambientali innovative, sotto lo stimolo delle istituzioni tra quali, oltre alle stesse Nazioni Unite, anche l’Unione Africana ad esempio.

Un secondo livello, istituzionale, aventi compiti di controllo e promozione. Da un lato, infatti, alle istituzioni spetterebbe il controllo e la regolazione delle performance istituzionali e delle organizzazioni coinvolte, indirizzandole verso un cambiamento strutturale e capace di fronteggiare adeguatamente i cambiamenti climatici in atto, e dall’altro avrebbe compiti promotori, specialmente della cooperazione tra i vari attori coinvolti.

A livello individuale, infine, si prevede una vasta campagna di informazione e sensibilizzazione affinché anche in Africa si possono sviluppare, specialmente nella comunità rurali e più lontane dalle possibilità di accesso ad adeguata strumentazione, di una coscienza ambientale collettiva e di quel know-how che sarebbe tanto importante anche per guadagnare skills da spendere nel mercato del lavoro emergente, come appunto quello delle energie alternative.

È chiaro che si tratta di un cammino ancora lungo e che abbisogna della massima collaborazione di tutti gli attori coinvolti sia a livello locale che internazionale. È tuttavia altrettanto palese che il dossier climatico non può più essere rimandato ulteriormente, e che è necessario che diventi la massima priorità per l’Africa. Mentre il dialogo tra le istituzioni cede il posto ai Ministri degli Esteri, arrivati a Madrid nelle scorse ore, tutto il continente aspetta di vedere se il cammino tracciato dal corpo delle Nazioni Unite verrà tradotto in azioni concrete dagli esponenti governativi.

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