Israele all’attacco: la storia si ripete, tra le macerie del Medio oriente contemporaneo

La comunità internazionale sta voltando lo sguardo e nascondendo la palese violazione del diritto internazionale ad opera di Israele dietro ragioni di stabilità economica e politica dell’intera regione medio-orientale.  

Il nemico comune degli ultimi otto anni, si sa, è stato DAESH, che ha clamorosamente minacciato la sovranità nazionale di alcuni territori che, nell’ambito dello scacchiere internazionale, hanno arricchito e continuano ad arricchire molti dei paesi occidentali.

Quando l’ISIS era tale, Israele non ha sostanzialmente mosso un dito per la sua de-radicalizzazione dal cuore del Medio oriente, preferendo la retorica del terrorismo alle porte di casa (con lo schieramento Hezbollah in cima alla lista dei cattivi). 

Effettivamente, pur essendo accerchiato geograficamente, dal Sinai nel sud del paese, fino alle Alture del Golan nel nord, Israele non ha mai subito minacce schiaccianti da parte dello Stato Islamico. Che, tuttavia, ha costituto sicuramente una profonda preoccupazione per l’amministrazione statunitense: se l’ISIS fosse riuscito a mantenere e ad ampliare il proprio potere politico, probabilmente avrebbe comportato un ulteriore rischio per la sopravvivenza dell’isolato Israele.  

Territorio occupato da DAES (ISIS) nel Giugno 2015

Seppur ciò, non è detto che la sconfitta dell’ISIS costituisca una vittoria per lo stesso stato sionista. In fondo, il regime siriano ha ripreso, almeno formalmente, controllo del territorio nazionale, contrariamente alle aspettative di Israele che aveva finanziato, sin dal principio, gruppi di ribelli nel sud della Siria.

Tuttavia, l’intervento degli USA e il controllo strategico ha comportato la possibilità di un non eccessivo rigonfiamento delle manie espansionistiche di Turchia (in senso anche geografico) ed Iran (in termini di soft power). Il dividi et impera è la strategia più forte che Trump sta utilizzando in Medio oriente e che, checché se ne dica, sta funzionando. Che l’obiettivo sia la continua destabilizzazione politica dell’area è altrettanto palese.  

Tuttavia, nell’ambito di questa retorica regionale e nonostante i continui bollori che circondano Israele, quasi come diversivi, indisturbatamente, sotto gli occhi del mondo, continua la politica sub-espansionistica dello Stato davidico. 

Ormai è da anni che la politica israeliana punta su nuovi insediamenti nei territori ad est di Gerusalemme, nel cui perimetro ha piazzato numerosi posti di blocco militari. Insediamenti che il Premier Netanyahu aveva promesso, durante l’ultima campagna elettorale, di annettere allo Stato israeliano, suscitando indignazione e sdegno di alcuni paesi occidentali e medio-orientali (che hanno lasciato il tempo che hanno trovato…).  

La promessa elettorale di Netanyahu va letta non solo come una provocazione simbolica, alla luce dei dati di cui disponiamo e che illustrano il peso economico di tali insediamenti: Israele può contare circa 20 zone industriali, per un totale di 1.365 ettari di terreno che vanno aggiunti ai 9.300 coltivati da agricoltori israeliani e i 6.000 di natura residenziale. Inoltre, ben 11 cave, che costituiscono il 25% del totale della ghiaia per il mercato israeliano, sono nelle mani dei coloni. Senza contare l’aumento e la digitalizzazione dei posti di blocco militari

L’impatto degli insediamenti israeliani è tutt’altro che nullo: va inoltre ricordato che, prima del 1948 e della nascita dello Stato d’Israele, il modus operandi, spalleggiato dalla Gran Bretagna, è stato pressoché simile, di conseguenza non va assolutamente sottovalutato. Soprattutto se tutto ciò viene filtrato nella comunità internazionale, con il compiacimento e il tacito assenso delle nazioni, che come unica risposta alla minaccia di Netanyahu hanno sventolato la bandiera dell’indignazione, senza neanche tanta veemenza.   

Recentemente, la Corte di Giustizia dell’EU in una sentenza ha stabilito che ai prodotti lavorati nelle colonie israeliane debbano necessariamente essere apposti indicazioni che certifichino la provenienza dai territori occupati e, dunque, non parte dello Stato d’Israele. Una sentenza senz’altro giusta e sacrosanta, ma che difficilmente scalfirà la politica (e l’economia) coloniale israeliana. E la risposta statunitense non si è fatta attendere: il Segretario di Stato, Mike Pompeo, ha addirittura dichiarato gli insediamenti israeliani “non contrari al diritto internazionale”, offrendo, in questo modo, carta bianca all’espansione israeliana.  

L’autodifesa palestinese

Ormai isolati a livello internazionale, e avendo perso lo storico sostegno di Egitto e Arabia Saudita, Hamas ha optato per la mobilitazione di massa, organizzando, insieme ad altre forze sociali e politiche della Striscia, la “Marcia del Ritorno”. 

Sin dal suo nascere, Israele ha ritenuto l’iniziativa, accolta con entusiasmo dalla popolazione palestinese, come una potenziale minaccia di Hamas di spingersi oltre i confini, per attaccare i civili israeliani della zona ed ha, quindi, invocato il diritto alla difesa, attaccando e reprimendo indistintamente chiunque, civili o terroristi che fossero. Il numero dei morti è aggiornato al 30 Marzo 2019 e conta 255 persone (49 bambini) e 23.000 feriti (4.000 ragazzi under 14).  

In Foto Baha Abu al-Ata

Novembre ha registrato 34 vittime di raid aerei israeliani, dopo l’uccisione del leader militare del jihad islamico palestinese Baha Abu al-Ata. Il cessate il fuoco, pattuito il 14 Novembre, è stato mediato dall’Egitto, dopo che Hamas aveva minacciato una nuova “guerra”.   

È vero che Hamas ha più e più volte utilizzato eventi di massa per sguinzagliare i forti risentimenti interni. Il Jihad Islamico, sostenuto dall’Iran, è stato libero di sganciare missili (e non solo) che hanno avuto come unica conseguenza solleticare la già insofferente tolleranza israeliana, che quotidianamente risponde alle proteste palestinesi con la forza, sia militare che legislativa.

È risaputo che lo Stato israeliano abbia limitato la pesca alle 3 miglia nautiche per le imbarcazioni palestinesi, che ora si trovano sull’orlo del fallimento. Una chiara bastonata ad una già precaria situazione economico sociale, che vede il 68% della popolazione senza sicurezza alimentare (compresa acqua potabile giornaliera) ed un livello di disoccupazione giovanile del 64%. Una situazione che sta causando gravi danni psicologici, soprattutto ai più giovani.  

La realtà sociale si mostra in tutta la sua fragilità e le cause di tale disastro umanitario non possono che essere geopolitiche: la divisione interna che il mondo arabo mina la fondamenta di una qualsiasi piattaforma di stabilità politica. L’Autorità Nazionale Palestinese, che nell’ultimo anno ha represso le manifestazioni della Grande marcia del Ritorno, ha considerato e considera ancora oggi Hamas come un non-interlocutore, nonostante controlli una striscia di territorio importante, economicamente, e abbia potere politico sui cittadini palestinesi residenti a Gaza. L’anno scorso, Mahmoud Abbas, Presidente dell’ANP, ha accusato Hamas, dopo l’accordo dell’Agosto 2018 con le autorità israeliane, di essere finanziata ed appoggiata dallo stesso Stato ebraico.

Un ulteriore colpo inferto ad Hamas è stata la decisione da parte del Presidente dell’OLP di nominare, dopo le dimissioni di gennaio di Rami Hamdallah, Mohammed Shtayieh come Primo Ministro, per un esecutivo targato Al Fatah. L’impasse delle elezioni legislative, che Abbas aveva pubblicizzato il 26 settembre all’Assemblea delle Nazioni Unite, è segnata dalla clausola fondamentale per la partecipazione alle elezioni che richiede il necessario riconoscimento dello Stato d’Israele per poter concorrere. Cosa che Hamas non ha mai contemplato.  

È una situazione impantanata. Che ci sia il compiacimento di Israele dietro le continue e deboli minacce di Hamas (e del Jihad Islamico), sia lungo il confine che in Cisgiordania, che comporta la inevitabile frattura fra le autorità palestinesi, è innegabile. Permettere che le due compagini palestinesi, Al-Fatah ed Hamas, dialoghino dopo la rottura del 2007 significherebbe, per Israele, perdere quella parte di autonomia che, generalmente, sente di poter trattenere per le reiterante angherie lungo il confine con Gaza e la Cisgiordania.

in foto Rami Hamdallah, con la bandiera del partito Al-Fatah (gialla alla sinistra)

Tra l’altro, monitorare direttamente i finanziamenti delle monarchie del Golfo significa per Israele mantenere il polso della situazione, soprattutto perché sa che Hamas non ha la forza (militare, economica e politica) né la legittimità internazionale per poter avanzare alcunché.  

Inoltre, la debole situazione in cui versa Al-Fatah, a causa della crisi finanziaria, impedisce un dialogo fruttuoso e una solidità politica delle autorità palestinesi. Far finta che tale crisi non derivi dall’occupazione dei territori da parte di Israele sarebbe un peccato di disonestà intellettuale. La Banca Mondiale stessa ha evidenziato che la perdita economica dovuta a tale occupazione è pari a 3,4 miliardi di dollari, circa il 35% dell’intero PIL

Con il controllo del 60% dei territori del West Bank e il 40% della Striscia di Gaza, Israele ha sottratto riserve d’acqua e risorse naturali all’economia palestinese, che si basa principalmente sul settore agricolo. Per di più, gli aiuti internazionali sono in costante diminuzione, senza contare che la maggior parte degli investimenti (che sono appena il 3% del PIL) sono stanziati per la ricostruzione di infrastrutture che la politica israeliana sta demolendo. Tra l’altro, Israele ha ridotto di 11,5 milioni di dollari al mese le entrate dell’ANP derivanti da imposte e dazi doganali. E può ben intendersi il perché… 

“Money first”: l’ideologia del dollaro che soppianta la politica

Il 10 Giugno 2019, Kushner, consigliere speciale e genero di Donald J. Trump, ha presentato la prima parte del cosiddetto Accordo del secolo al workshop “Peace to Prosperity”. Un piano che prevede 50 miliardi di dollari di finanziamenti per la ricostruzione dei territori palestinesi. Al workshop hanno preso parte i paesi della Penisola araba, che diventerebbero gli stessi finanziatori del progetto architettato da Kushner. Le stesse monarchie che negli ultimi anni hanno voltato le spalle all’ANP. La seconda parte del piano, è stato detto, verrà lanciata dopo la formazione del nuovo governo israeliano.  

A questo punto andrebbero fatte un paio di considerazioni riguardo il Piano kushneriano.  

Anzitutto è un piano che pone le proprie conclusioni su aspetti meramente economici: forse sarebbe stato giusto chiamarlo “Prosperity to Peace” e non il contrario, dato che la pace politica non è stata minimamente menzionata. Nessun cenno alle risoluzioni ONU, nessun cenno alla soluzione dei due-stati, nessun cenno al pieno coinvolgimento delle autorità palestinesi (le quali, ricordiamo, si sono autoescluse dal workshop).

Insomma, questo accordo riguarderebbe unicamente grandi stati investitori che, con prepotenza, lanceranno un enorme getto di petrodollari su un’economia che non gode di piena autonomia politica, né sul piano interno né sul piano internazionale. Quale risultato può avere un’enorme gittata di denaro su un’economia in ginocchio e priva di qualsiasi indipendenza? Ovviamente segnerebbe un’ulteriore perdita di legittimità ed autorità.  

In secundis, non discutendo delle reali cause del disastro economico palestinese, si è dato quasi per scontato che la crisi derivi essenzialmente dall’assenza di investimenti. Il che è sicuramente un buon punto di partenza, se solo si svelasse il velo di Maya al riguardo, ovvero che gli investimenti sono nulli per l’isolamento regionale ed internazionale cui l’ANP è costretta dal 2006. Con l’aggiunta degli insediamenti israeliani, per i quali, però, gli investimenti ci sono (e parte provengono dalle stesse tasche di Kushner), senza alcun bisogno di conferenze regionali.   

Un piano così messo non ha nemmeno tanto allettato le petromonarchie arabe, che guardano con sospetto la risoluzione pensata dall’amministrazione Trump, ritenuta da alcuni alternativa alla storica “due popoli, due stati”.  

E forse, la vittoria degli USA e di Israele risiede proprio nello scetticismo arabo e nel pieno rigetto palestinese, che vedono sfumare una conclusione pacifica dopo anni di guerra. Alcuni analisti hanno addirittura avanzato l’idea che il progetto in realtà preveda la progressiva annessione della Striscia di Gaza all’Egitto e l’assorbimento degli insediamenti israeliani allo Stato ebraico. Prospettiva alquanto complottista, ma che, in linea di massima, conserva una verità di fondo: la volontà di impantanare ulteriormente la situazione politica. Con l’aggravante di uccidere la soluzione dei due-stati, pappagallata dalle organizzazioni internazionali. 

Scenari post-elettorali in Israele. Il ruolo degli arabi israeliani  

L’incertezza politica post elettorale in Israele non ha minimamente scalfito il peso internazionale dello Stato sionista. Principalmente perché è una battaglia vinta in partenza dalle forze di destra, conservatrici ed ortodosse che, se almeno non hanno la sfacciataggine di Netanyahu nello sbandierare palesemente pretese espansionistiche (perché di questo si tratta), non hanno però la minima intenzione di smuovere lo status quo verso una direzione pacifica e concorde.

 I protagonisti, è noto, oltre Netanyahu, sono Gantz, ex Capo di Stato Maggiore ed incaricato di formare un nuovo governo (tentativo fallito il 20 Novembre) e Lieberman, ex Ministro della Difesa. Proprio quest’ultimo sembrava essere l’ago della bilancia del governo di alleanza nazionale. Se la partita interna si giocava sul ruolo degli ultra-ortodossi nella politica israeliana (e sull’uscita di scena di Netanyahu), quella estera non ammette la discussione sui punti salienti: né Lieberman, né Gantz sembrano intenzionati a ridimensionare o a contenere l’espansione degli insediamenti nei territori palestinesi. Ad esempio, uno gli slogan di Lieberman è stato “No innocent people in Gaza” e sulla questione dei territori occupati ha espressamente specificato “We won’t be moving people, we will be moving the borders. It’s not a transfer

L’unico accordo plausibile e di cui i leader stavano discutendo, riportato dal Times of Israel, era la possibilità di una presidenza a rotazione, o la minaccia, da parte di Gantz, di rivolgersi alle minoranze arabe. Scelta meno credibile. E appunto per questo fallita. 

Dopo la legge sullo Stato ebraico, vige ancor di più in Israele uno stato di mistificazione della realtà, dove i valori sionisti, talvolta, valgono più dei principi democratici (a detta dello stesso Lieberman). Il diritto riconosciuto agli ebrei durante la Rivoluzione francese asseriva “tutti i diritti agli ebrei in quanto individui, nulla in quanto popolo” oggi sembra essere applicato agli arabo israeliani. Israele ha tutto il diritto di darsi una connotazione sionista e di riconoscersi come Stato ebraico, ma non ha alcun diritto, a livello internazionale, di escludere dai diritti fondamentali, quali dignità, libertà e sicurezza, una minoranza residente sul territorio nazionale. Sulla cui rappresentanza all’interno del Knesset è stato detto di volerli “vedere [questi deputati] davanti a un plotone di esecuzione, perché sono terroristi e nemici dello stato d’Israele.  

Se questo è il clima istituzionale, possiamo immaginare quello sociale.  Tuttavia, il ruolo degli arabi israeliani rimane ambiguo e frammentato: sono arrivati ad appoggiare Gantz con l’unico intento di eliminare Netanyahu dalla politica, ma difficilmente si vedrà un miglioramento sostanziale se a sostituire Bibi sarà Lieberman, il quale, fra le altre cose, non accetterà mai un accordo con i deputati arabi israeliani.  

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: