LA RUSSIA TORNA A OCCUPARSI DEL SUO ESTREMO ORIENTE

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Una nuova attenzione alle periferie. Questo, in sintesi, il senso del Programma Nazionale per lo sviluppo dell’Estremo oriente russo, una cui bozza è stata presentata nei giorni scorsi dal ministero competente di Mosca.Il piano governativo abbraccia una parentesi di medio periodo, essendo concepito per tre fasi quinquennali (dal 2020 al 2035).

Ma la visione di fondo vuole essere molto più ambiziosa: nel documento si legge la volontà di trovare linee guida di sviluppo per l’intero XXI secolo.Il programma prevede la creazione di 450mila posti di lavoro (parecchi, visto che la popolazione regionale non supera gli 8 milioni di abitanti), l’aumento del tasso di natalità, la costruzione di migliaia di nuove unità abitative. Obiettivo dichiarato, quello di compensare gli squilibri esistenti con le parti occidentali della Russia, più ricche e dinamiche.

Tra gli obiettivi non dichiarati, invece, quello di arginare lo scontento serpeggiante nell’area (visibile soprattutto nelle tornate elettorali amministrative), di prendere il controllo degli investimenti regionali, ma anche di riequilibrare i rapporti demografici con la comunità di immigrati cinesi, sempre più determinante nella composizione sociale locale.La periferia, dunque, torna al centro.

Anche perché, sempre a proposito di Cina, la rilevanza crescente dell’Estremo Oriente asiatico impone alla Russia di non trascurarne gli avamposti, già lontani e scarsamente raggiungibili da Mosca. E questo a prescindere dal successo (o meno) della tanto discussa alleanza con Pechino, presa in considerazione dall’establishment russo solo per via dei costanti attriti con l’Occidente, apparentemente insanabili.

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