Iran: la vera partita da giocare è quella delle donne

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Lo scorso 10 Ottobre, all’Azadi Stadium di Teheran, la nazionale iraniana ha sfidato la Cambogia per la qualificazione ai Mondiali 2022. La partita è stata oggetto di grande attenzione da parte dei media locali ed internazionali, e non perché l’Iran ha inflitto alla squadra avversaria una vittoria schiacciante ma perché, per la prima volta dopo 40 anni, 4000 donne sono state ammesse allo stadio.

Alla svolta, per certi versi storica, hanno contribuito le forti pressioni esercitate dalla FIFA che ha dichiarato l’intenzione di squalificare l’Iran nel caso in cui non avesse concesso alle donne di assistere all’incontro.

L’accesso è avvenuto, in ogni caso, nel rispetto di particolari regole. Le donne sono state fatte entrare prima degli uomini e confinate in un’area separata, dal resto dello stadio, da una grata di ferro. La tradizione del resto si basa sulla pratica della purdah o pardaa, che letteralmente significa “tenda” e che prevede la separazione delle donne dagli uomini. Questo principio ha le sue origini proprio nell’antica persia e trova applicazione in due modi differenti. Il primo attraverso l’imposizione dell’uso del velo alle donne per nascondere e proteggere, dagli sguardi degli uomini, le loro forme. Il secondo attraverso l’uso nelle strutture pubbliche di pannelli o tende.

La purdah nelle sue origini non ha un significato religioso ma sociale. Trova le sue fondamenta infatti nell’era preislamica e sono state trovate tracce della sua pratica in diverse popolazioni del Medio Oriente, come i cristiani, gli ebrei e i drusi. È probabile quindi che siano stati i musulmani ad acquisire una pratica locale già esistente, attribuendogli un significato religioso. Ovviamente la sua applicazione comporta per le donne un grande limite, sia nella loro partecipazione alla vita pubblica che nella realizzazione professionale.Nel caso dell’Iran, il 10 ottobre può essere definita una data storica? Forse sì, ma solo in parte.

Al di là della sua portata simbolica enorme, la lotta delle donne di Teheran non è finita. Soprattutto nelle aree urbane è abbastanza comune vedere le donne coprirsi solo con l’hijab e partecipare alla vita pubblica. Inoltre l’Iran ha un tasso di alfabetizzazione femminile tra i più elevanti: il 65% degli studenti è di sesso femminile e le donne con un’istruzione superiore superano l’80%. Tuttavia, nonostante la presenza femminile domini negli ambienti scolastici e universitari, non si è ancora realizzata la reale affermazione femminile nel mondo del lavoro. Secondo un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite, solo il 17% delle donne partecipa attivamente alla vita economica del Paese, ed è stato addirittura registrato un calo del numero delle donne impiegate nel mondo del lavoro passando da 3.691.000, del 2006, a 3.145.000 nel 2016. Lo stesso problema si riscontra anche nei ruoli istituzionali, attualmente infatti le donne costituiscono solo il 3% dei parlamentari.

Le donne iraniane si trovano letteralmente incastrate in un contesto sociale contraddittorio e per certi versi anacronistico. Da un lato sono istruite e pienamente consapevoli dei loro diritti, dall’altro vivono in un contesto di forti restrizioni sempre meno adatto alle loro legittime aspirazioni di libertà e indipendenza.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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