I diamanti di sangue: un business ancora da sradicare

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In Zimbabwe le miniere sono sinonimo di morte: lo sanno coloro che ci lavorano, lo sanno i governanti del Paese, e lo sa la comunità internazionale ha sempre tentato di alzare la voce sia attraverso i mezzi diplomatici sia attraverso i mezzi di informazione e di intrattenimento (non ultimi alcuni film di Hollywood). Ma i diamanti di sangue hanno sempre avuto un più o meno facile accesso al mercato internazionale, sia in forme lecite che in forme meno lecite.

Le cose però potrebbero presto cambiare: dal 20 ottobre 2019, gli Stati uniti, all’interno della loro campagna di attivazione di dazi all’ingresso su alcuni beni, hanno anche bandito l’importazione di diamanti grezzi provenienti dallo Zimbabwe nella paura, come dichiarato da alcuni esponenti del governo Trump, che questi possano essere ottenuti tramite ingenti violazioni del diritto del lavoro e dei diritti umani.

A primo acchito la legislazione lavoristica di Harare potrebbe sembrare moderna, se non addirittura all’ avanguardia rispetto ad altri paesi dell’Africa. E tuttavia, da quando nel 2006 sono state scoperte grandi giacimenti di diamanti nell’area nord del paese al confine con il Mozambico, sono sorte attività estrattive illegali di tutti i tipi, che hanno coinvolto anche numerosi esponenti politici. L’uragano politico che ne è derivato si è placato solo dopo i Kimberly Process del 2011, con l’impegno delle parti sociali coinvolte a garantire ai lavoratori dell’industria estrattiva un trattamento adeguato sia dal punto di vista retributivo che dal punto di vista della sicurezza sul lavoro.

Permangono però i dubbi sull’effettività del rispetto degli impegni presi: a tutt’oggi, l’accesso ai siti di estrazione è sottoposto a regole severissime, sia per i giornalisti che per le associazioni per i diritti civili, che devono richiedere permessi speciali per entrare nelle miniere. I documenti possono impiegare mesi per arrivare, complice un fallace e farraginoso sistema burocratico interno. I salari, per i lavoratori, sono ancora tra i più bassi al mondo, attestandosi sui 192$ al mese, circa 6 dollari al giorno, per circa otto ore di lavoro (ufficiali). A marzo, le compagnie di diamanti hanno annunciato un incremento dell’80% del salario, ma al momento non è ancora stato reso operativo ed in ogni caso, sarebbe sempre altamente sperequato a fronte degli immensi guadagni che dai diamanti derivano: si stima che il Paese abbia ricavato dalla vendita delle pietre grezze circa 92 milioni di dollari solo nel 2018. Harare continua a rigettare le accuse di Washington e della comunità internazionale, ribattendo come i media ed i partners globali vogliano impedire allo Zimbabwe di passare dall’essere “l’uomo malato d’Africa” al nuovo Botswana. Ma l’ultimo report delle Commissione delle Nazioni Unite sui Diritti Umani parla chiaro: i diamanti di Harare sono, ancora, sporchi di sangue.

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