ATTENTATO IN BURKINA FASO: CONTINUA l’ESCALATION DI VIOLENZA NEL PAESE

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Sarebbero 16 le vittime dell’attentato che ha colpito lo scorso 11 Ottobre il Burkina Faso. Gli attentatori, degli uomini armati non identificati, hanno fatto irruzione all’interno della moschea di Salmossi, a tarda sera, sparando sulla gente. L’attacco non è ancora stato rivendicato anche se si pensa sia legato agli attentati di matrice jihadista degli scorsi mesi.

Dall’inizio del 2019 ad oggi, infatti, il Burkina Faso, è stato teatro di attacchi brutali verso la società civile. Il 29 Aprile ad essere colpita è stata la chiesa protestante di Silgadji. Nell’attentato sono rimasti uccisi il prete e quattro fedeli mentre tentavano la fuga. A distanza di due settimane si è ripetuto l’episodio nella chiesa Beato Isidore Bakanja di Dablo, dove una ventina di uomini armati hanno sequestrato e finito brutalmente il prete e cinque fedeli. In seguito, il 19 giugno, un gruppo di uomini armati nella provincia di Soum ha ucciso 19 persone. A quest’atmosfera di tensione si aggiungono due attacchi, nella provincia di Sanmatenga, in cui sono stati colpiti due autobus, di cui uno attraverso l’uso di un ordigno esplosivo, e che hanno provocato la morte di venti persone.

Ma la storia del Burkina Faso non è sempre stata segnata da questi episodi di violenza. In realtà si tratta di un’escalation di terrore che trova le sue origini recenti nel 2014, anno in cui un colpo di Stato ha posto fine al governo del Presidente Blaise Compaoré. Prima di allora, infatti, il Paese era inserito in un contesto socio-politico caratterizzato da un buon livello di pluralismo religioso, anche il 60,5% della popolazione è rappresentata dai musulmani. Tuttavia in seguito alla fine di Compaoré, il Paese si è trovato in un difficile contesto di transizione che ha minato sia la struttura istituzionale che il controllo sul territorio, permettendo alle forze jihadiste di estendere il loro potere, in particolare nella parte nord-est del Paese.

In questo modo è andato ad affiancare gli altri Paesi del Sahel, vittime a loro volta, dei violenti attacchi terroristici promossi dai gruppi armati salafiti della regione. L’obiettivo di questi gruppi ovviamente è quello di creare un grande Stato Islamico attraverso la diffusione dell’ideologia jihadista, cercando di sfruttare il malcontento della popolazione e la difficile situazione economica del Paese. La rete terroristica, quindi si sta strutturando su rivendicazioni sia di natura religiosa che politico-economica, rafforzando il fenomeno della radicalizzazione.

Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, nel Burkina Faso, sono 486.000 le persone ce nell’ultimo anno sono state costrette a lasciare le loro case a causa delle violenze. Una chiara situazione di emergenza che potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione.

È facile comprendere quindi perché è necessario un intervento che punti ad intervenire sull’intera area del Sahel. A questo proposito, già l’anno scorso si era tenuta una conferenza a Bruxelles in cui l’Unione Europea si impegnava a sostenere il gruppo Sahel 5, composto da Mali, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mauritania e che si pone l’obiettivo di rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza. Tuttavia sul piano concreto gli obiettivi prefissati restano ancora lontani rendendo la situazione sempre più insostenibile per la società civile già pesantemente colpita dalle misure restrittive sulle libertà civili che i governi della regione hanno adottato nel disperato tentativo di garantire maggiore stabilità.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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