Iraq: indizi da Baghdad sul futuro del Medio Oriente

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Dal ribollire delle proteste interne irachene, si delineano vecchie e nuove alleanze che lasciano tracce sul futuro prossimo della regione

Baghdad, 15 ottobre scorso. Alla fine, il telefono dell’ufficio presidenziale di Barham Salih è squillato. All’altro capo della cornetta è il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, il numero uno della diplomazia a stelle e strisce.Si parla di Siria, dell’offensiva turca che, sulle sponde est ed ovest dell’Eufrate, sta ridisegnando equilibri ed alleanze, ma soprattutto delle proteste interne che di recente hanno infiammato le piazze irachene. Salih, Presidente della Repubblica d’Iraq da appena dodici mesi, ha dovuto affrontare, nelle ultime settimane, le tensioni più preoccupanti che da un paio d’anni a questa parte hanno percorso e fatto vibrare il paese.

Dopo la sconfitta territoriale inflitta all’Isis sul finire del 2017, una relativa stabilità si era appropriata di una nazione che dai tempi del tramonto di Saddam Hussein viveva sull’orlo del costante tracollo, e che tutt’ora è coacervo di fragilità.Sono state proprio le condizioni di precariato sociale, politico ed economico, che da troppi anni accompagnano le gesta dello Stato, a soffiare sulle braci del malcontento. Nei primi giorni del mese, nella capitale, centinaia sono gli studenti che, per primi, si sono riversati nelle strade per protestare contro la disoccupazione giovanile che tormenta circa un iracheno su quattro. Venerdì 4 si sono aggiunti alle manifestazioni di dissenso ampie fasce della popolazione, sfiancate dall’inadeguatezza dei carenti servizi di base, dalla mancanza di lavoro e dalla dilagante corruzione che attanaglia la sfera pubblica.

L’Iraq, un paese diviso e affaticato, è tenuto assieme con la colla da un apparato centrale incapace di amministrare estese parti del proprio territorio, regione autonoma del Kurdistan iracheno compreso. Fisiologico, in una terra in cui, in particolare dall’intervento angloamericano del 2003 in ricerca delle presunte armi chimiche del regime di Saddam in poi, si sono annidate organizzazioni criminali e cellule terroristiche. I continui blackout di una rete elettrica allo stremo, e le criticità del sistema idrico nazionale che non riesce a garantire a tutti approvvigionamento sicuro e potabile, sono inoltre problematiche oramai strutturali nel paese.

Il Presidente Salih ha potuto solo osservare le migliaia di persone che, dopo i disordini di venerdì, galvanizzate dalle proteste, hanno iniziato a chiedere lo scalpo del premier Abdul-Mahdi, indiziato come il principale colpevole delle loro sofferenze. Di ora in ora, di giorno in giorno, l’Iraq è sprofondato nel caos. A poco sono servite le contromisure dell’esecutivo per fermare il dissenso come l’imposizione del coprifuoco e le stringenti limitazioni alla rete internet. Le forze di sicurezza, quindi, hanno cercato di disperdere le folle riunitesi dapprima con cannoni ad acqua, poi con proiettili di gomma, infine aprendo il fuoco sui manifestanti.

La città maggiormente colpita della repressione è stata Baghdad, numerosi gli scontri anche nelle città del sud. Lo stesso Mike Pompeo, ben prima di telefonare al Presidente Salih, si è appellato alla capacità del Primo Ministro Mahdi di esercitare il rispetto dei diritti umani e trovare una mediazione con le piazze. La tregua arriva martedì 8 quando il capo del governo decreta una serie di riforme, sintetizzate in tredici punti, rivolti a lenire i disservizi e sedare le contestazioni. Sussidi ed alloggi per i più poveri ed istruzione e formazione per i giovani disoccupati sono il perno delle modifiche che Mahdi pubblica, ironia della sorte, sui social media ancora bloccati per gran parte della popolazione. Il bilancio stimato delle vittime è di centodieci morti, oltre sei migliaia di feriti.Una carneficina che ora, tornata la calma, è in attesa di veder individuati i responsabili, fra dirigenti delle forze dell’ordine ed esecutivo.

il Primo Ministro iracheno Abdil Abdul-Mahdi assieme al Segretario di Stato americano Mike Pompeo nel maggio scorso

Le proteste hanno messo a nudo tutta la debolezza dell’amministrazione interna, delegittimando ampiamente il ruolo del Primo Ministro che, nel futuro prossimo, dovrà dimostrare agli iracheni arrabbiati di promuovere concreti sforzi per riformare un sistema marcio e corrotto, ed allo stesso tempo convincere l’élite politica che i cambiamenti non minacceranno i loro interessi.

Ma non solo.

I disordini di inizio ottobre hanno anche rivelato con più chiarezza la scomoda posizione internazionale della quale l’Iraq è allo stesso tempo complice e ostaggio. Sui territori governati da Baghdad, infatti, sono presenti sia truppe americane, principale motivo del pressante interesse del capo esteri dell’amministrazione Trump, sia delle milizie paramilitari Hashd al-Shaabi. Milizie, conosciute anche come Forze di Mobilitazione Popolare, nate nel 2014 in seguito alla minaccia dello Stato Islamico e su impulso della guida spirituale sciita Ali Al Sistani, lo stesso che nelle settimane scorse si è dichiarato apertamente a favore delle rivendicazioni dei manifestanti.

Molto vicino all’Iran, dove è nato, è al momento l’Ayatollah più influente in Iraq. Non da poco tempo, inoltre, si discute nel paese sulla possibilità di annettere le FMP all’esercito regolare iracheno, azione complessa se si tiene in considerazione che le milizie sono tanto legate a Baghdad quanto a Teheran. A provocare ulteriore scompiglio, proprio nei giorni delle proteste, la decisione del governo centrale di rimuovere dal suo incarico Abdulwahab al Saadi, stimatissimo vicecomandante dell’antiterrorismo, venerato in patria per il suo contributo alla sconfitta dello Stato Islamico. Il provvedimento, adottato per mano del premier Mahdi, prevedeva di relegare il generale dal suo incarico operativo, ad una scrivania all’interno del Ministero della Difesa. La vicenda Saadi, che ha declinato l’offerta preferendo ritirarsi dall’attività professionale, ha infiammato ulteriormente i manifestanti, che dalle istituzioni non avevano ricevuto alcuna spiegazione plausibile sulla rimozione del loro eroe nazionale.


militare dell’esercito regolare iracheno

Nelle piazze in rivolta è iniziata a serpeggiare la voce che la decisone del Primo Ministro fosse conseguenza delle pressioni di alti delegati iraniani di Hashd al-Shaabi, ponendo pertanto un marcato problema di sovranità. I disordini, scoppiati per le tragiche condizioni interne del paese, quindi, sono state ulteriormente alimentate da controversie dai risolti internazionali. Un possibile asse Teheran – Baghdad, quest’ultimo che ospita boots on the ground militari di Washington, nel momento di maggior tensione recente fra Stati Uniti ed Iran. Uno scomodo triangolo strategico che la popolazione non sembra voler digerire. Una possibile risoluzione del teorema, però, potrebbe arrivare proprio da chi nella regione si sta guadagnando sempre più un ruolo da protagonista di concerto con gli sviluppi in essere sul palcoscenico siriano.

Il Ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov si è recato in visita in Iraq esattamente durante i giorni delle contestazioni. Durante l’incontro con il suo pari ruolo Mohamed Ali Alhakim, fra le numerose questioni sul tavolo, la priorità del diplomatico di Mosca è stata quella di ridurre le escalation nel golfo che vedono coinvolte proprio USA e Iran, cercando nella spalla irachena un affidabile appoggio. Un nuovo arbitro si fa larga nello scacchiere mediorientale, dal fragile Iraq arrivano indizi che non vanno sottovalutati.

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