Sotto il sole d’Etiopia: le prossime sfide di Abiy Ahmed dopo il premio Nobel

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Il “delfino” d’Etiopia, l’uomo dei miracoli, il riformatore: sono tutti epiteti che nel corso degli ultimi mesi il primo ministro etiope si è visto rivolgere spesso, sia in patria che dagli esponenti dei media. E sembrerebbero tutti giustificati: l’assegnazione, lo scorso 11 di ottobre, del premio Nobel per la pace per il 2019, non è che l’ultima pietra in una strada pavimentata di successi.

E tuttavia sono ancora numerose le sfide che attendono il primo ministro etiope, destinate inevitabilmente ad inasprirsi dal momento che l’assegnazione del premio crea, piaccia o meno, delle aspettative. Il Paese guidato da Ahmed ha fatto registrare negli ultimi quindici anni, tassi di crescita economica a due cifre, arrivando a superare il Kenya come prima economia dell’Africa Orientale. In Etiopia, il tasso di disuguaglianza sociale è il più basso dell’Africa, ed uno dei più bassi al mondo, con un indice Gini simile a quello registrato dai Paesi scandinavi. Nonostante ciò, però, il Paese resta uno dei più poveri del mondo, con tassi di occupazione e istruzione ben al di sotto della media mondiale, così come registrato dallo stesso primo ministro. E dunque, le sfide di Ahmed sono innanzitutto di tipo economico. Esse si incardinano soprattutto nella necessità di rinforzare le infrastrutture etiopi, specialmente reti ferroviarie e marittime ora che- a seguito della pace con l’Eritrea, motivo principale dell’assegnazione del Nobel al primo ministro- l’Etiopia si è assicurata uno sbocco sul mare, e nello sfruttamento intensivo delle culture, andando senz’altro alla ricerca di nuove policy ambientali visto che i cambiamenti nei patterns climatici creano una grande insicurezza nella capacità del Paese di sfamarsi.

Un altro ordine di problemi, deriva dalla necessità di riformare alla radice il sistema politico del Paese, e nel fare in modo che i cittadini recuperino la fiducia nelle istituzioni. In Etiopia dilaga la corruzione ed il malgoverno, e lo stesso partito di Ahmed aveva platealmente manipolato il voto del 2015. Ciò ha creato un’aspra crisi sociale sfociata in disordini che proseguono tutt’ora, sebbene in sordina. L’avvento di Abyi Ahmed ha placato gli animi, almeno parzialmente, ma le tensioni rimangono. Alle rivendicazioni degli Oromo, primo gruppo etnico del Paese a cui appartiene lo stesso Ahmed, si sono infatti aggiunte quelle degli Amhara, creando un’insolita coalizione: gli Amhara, avevano amministrato il paese fino a che i tigrini non avevano preso il sopravvento. Il governo ha duramente represso le proteste di piazza, arrivando a sparare sulla folla.

L’uomo dei miracoli ha ancora molta strada dinanzi a sé, prima del ritorno alle urne previsto nel 2020: per restare al governo ed avere una concreta possibilità di cambiare il suo Paese dovrà agire in modo deciso su più fronti. Vedremo dunque, nei prossimi mesi, se sarà in grado di ripetere, sul fronte interno, le stesse scelte di successo della sua lungimirante politica estera.

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