LA DIGA COSTRUITA DALL’ITALIANA SALINI IMPREGILO OGGETTO DI DISCORDIA TRA EGITTO ED ETIOPIA

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L’Egitto ha accusato l’Etiopia di aver rifiutato tutte le proposte di dialogo per uscire dall’impasse nella questione della diga Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la cui costruzione è affidata all’italiana Salini Impregilo. Il Progetto, annunciato nel 2011, riguarda quella che diventerebbe la diga idroelettrica più grande dell’Africa: 1800 metri di lunghezza con un’altezza di 155 metri e dal volume complessivo di 10,4 milioni di m³. Situato a circa 500 Km a nord ovest della capitale Addis Abeba, nella regione di Benishangul – Gumaz, lungo il Nilo Azzurro, prevede la costruzione di due 2 centrali elettriche installate ai piedi della diga e posizionate sulle due sponde del fiume, per una produzione annua prevista di 15.000 Gwh/anno.

Il Cairo aveva presentato alla controparte delle condizioni considerate fondamentali per poter procedere al riempimento della diga garantendo il rispetto del flusso naturale del fiume. Tuttavia l’Etiopia aveva respinto le richieste egiziane definendole un tentativo per mantenere il dominio coloniale sul Nilo.

I colloqui, che si sono tenuti dal 30 Settembre al 3 Ottobre a Khartoum, tra i membri del gruppo scientifico indipendente di Egitto, Sudan ed Etiopia, non hanno portato ad alcuna soluzione. Secondo l’Egitto, infatti, l’Etiopia avrebbe mantenuto un atteggiamento poco flessibile respingendo tutte le proposte che tutelano gli interessi idrici egiziani e presentando alternative che non offrono alcuna garanzia sul rischio di siccità che potrebbe presentarsi in futuro.

L’Etiopia, dal canto suo, ha respinto tutte le accuse egiziane definendo queste ultime false e sostenendo che invece sono stati fatti alcuni passi avanti nelle negoziazioni. Inoltre ha accusato il Cairo di aver attuato una strategia d’attacco per scavalcare gli interessi dell’Etiopia e del Sudan.

Quello del controllo del Nilo è un dibattito storico, risalente addirittura tra il XIII e il XV secolo, quando gli imperatori etiopi minacciarono di ridurre il flusso delle acque verso l’Egitto. L’Egitto, del resto, dipende per il 90% del suo fabbisogno idrico dal Nilo e sostiene di godere di una sorta di priorità storica sul fiume, riconosciutagli dai trattati del 1929 e del 1959.

Il primo accordo, stipulato tra Gran Bretagna ed Egitto, attribuiva a quest’ultimo il diritto di utilizzare in modo quasi esclusivo le acque del fiume e, allo stesso tempo, gli riconosceva il diritto di avere il pieno controllo e il potere di veto su ogni progetto riguardante lo sfruttamento del Nilo. Il secondo, concluso tra il Sudan e l’Egitto, ripartiva le quote di controllo del Nilo andando a favore, in parte, del Sudan ma permettendo all’Egitto di mantenere un ampio potere.

L’Etiopia invece si inserisce nella questione diplomatica con un accordo del 1902, firmato con la Gran Bretagna, che stabiliva il confine tra il Sudan e l’Etiopia. Addis Adeba, tuttavia, ha più volte dichiarato di non sentirsi vincolata dall’accordo in quanto più volte ha denunciato quest’ultimo chiedendone una revisione. Nell’ultimo ventennio, inoltre, l’economia del Paese ha conosciuto una notevole crescita aumentando la necessità di energia a basso costo, e di conseguenza dello sfruttamento delle risorse idriche del Nilo, per portare avanti gli obiettivi di sviluppo prefissati.

Se le tensioni dovessero acutizzarsi potrebbe essere necessario l’intervento della comunità internazionale, e in particolare degli Stati Uniti, che sono già stati interpellati dallo stesso Presidente al-Sisi. La crisi del Nilo, infatti, se prolungata, potrebbe diventare cronica e mettere a repentaglio l’equilibrio dell’intera regione.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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