Contro i Curdi nel nord-est siriano la partita di Ankara apre a diverse incognite

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Ancora una volta assistiamo ad uno scenario che non è nuovo, che sulla Siria ha mostrato più volte la volontà del Presidente americano Trump di promettere quanto già annunciato sin dalle prime fasi del suo incarico in questi anni: riportare a casa le truppe statunitensi impegnate nel teatro mediorentale. Nella giornata di lunedì, infatti, la Casa Bianca ha reso noto che le truppe a stelle e strisce avrebbero presto abbandonato la Siria nord-orientale in vista di un’operazione militare turca al confine tra Damasco ed Ankara dove stazionano le milizie curde (Unità di Protezione Popolare e Forze Democratiche Siriane) che hanno contribuito enormemente nella lotta all’ISIS ma che vengono considerate da Erdogan come terroristi e che quindi lo vorrebbe spazzare via, coerentemente con gli obiettivi della sua politica estera e del suo partito.

Martedì, invece, l’amministrazione statunitense, nonché il Pentagono, avvallato dall’intelligence, ha comunicato che non verrà effettuato nessun ritiro o dislocamento delle forze speciali di Washington presenti nel nord-est siriano. E questo è la conferma di come gli apparati della superpotenza siano forieri di una visione geopolitica che cozza con quella del Presidente. Essa non può essere definita precisamente ma è figlia della Realpolitik. Il Tycoon, inoltre, ha precisato tramite Twitter che, se la Turchia -che ha già avviato le prime operazioni militari al confine siro-iracheno e precisamente nel governatorato di Hasaka per evitare che i Curdi possano usare tale corridoio per mandare rinforzi nel nord-est siriano- si spingerà oltre nella sua azione in quel territorio, andrà incontro alla distruzione della sua economia. Toni non nuovi, stessa retorica.

L’aggiornamento sul teatro siriano, che coincide con il “via libera” di Washington alla Turchia per l’operazione militare nel nord-est siriano, potrebbe cogliere di sorpresa e indurre a riflettere sul significato, sulla concessione geopolitica statunitense. Perché, eventualmente, gli Stati Uniti concederebbero ad Ankara di agire in quel territorio quasi tradendo i preziosi alleati Curdi? È noto a tutti il contributo delle FDS e dell’YPG nella lotta all’ISIS nell’est siriano che, a seguito di una massiccia offensiva curda, non potrebbero più garantire la sicurezza dei detenuti di Daesh che sono ammassati per la maggior parte nel campo di al-Hol. I Curdi si sentono già traditi e sperano di trovare una soluzione diplomatica dopo aver eventualmente respinto l’offensiva turca.

Gli Stati Uniti, lasciando operare Ankara nel nord-est, forse potrebbero sfruttare un’eventuale scontro diplomatico del membro NATO con la Russia e l’Iran che stanno cercando di portarsi avanti sulla costituzione di un Comitato Costituzionale siriano, oggetto di discussione nell’ambito delle Nazioni Unite, tenendo conto dei rapporti sempre più solidi e di convenienza strategica e militare tra Erdogan e Putin.

Effettivamente la “patata bollente” dei rifugiati siriani resta nelle mani della Turchia che vorrebbe ricollocarli proprio nel nord-est siriano, ma che dovrebbe anche occuparsi degli ex combattenti neri, circa 60.000, che sono presenti nell’est siriano e gestiti dai Curdi. Secondo esperti politici statunitensi, la Turchia non sarebbe in grado di farlo. Sembra come se gli Stati Uniti stessero cercando di imbrigliare Ankara riservandole ardue sfide per farla indebolire nel teatro Medio Orientale e nel quadro dei negoziati di Astana. Ma resta un membro NATO, attenzione.

In attesa di sapere in che maniera si evolverà la situazione nel nord-est siriano e di comprendere il senso della decisone statunitense di lasciar procedere parzialmente Ankara, si possono fare ulteriori considerazioni e ipotizzare alcuni scenari.

La Turchia sembra essere decisa nel voler occupare alcune aree strategiche nel nord-est siriano per spezzare il corridoio curdo: infatti, alcuni gruppi di ribelli da essa supportati hanno recentemente ufficializzato l’unificazione sotto l’Esercito Nazionale Siriano, che opera già ad Afrin e che è legato all’autoproclamato governo siriano in esilio in Turchia, proprio per opporsi ai Curdi presenti nel nord-est siriano. Non bisogna dimenticare, però, che ad Idlib è presente il National Liberation Front che riunisce una galassia di ribelli e jihadisti e che si è unito a gruppi rivai per formare l’Esercito Nazionale Siriano. È probabile che diverse milizie vengano impiegate contro i Curdi e che ad Idlib ci sia un leggero allentamento della tensione con lealisti e Russi. E ne trarrebbe beneficio Hayat Tahrir al-Sham che a Idlib è il rivale dei ribelli cooptati dalla Turchia per il controllo del territorio.

Nel caso di una robusta offensiva turca contro i Curdi, questi potrebbero chiedere aiuto al governo siriano che non ha mai chiuso al dialogo, soprattutto se si considera che oltre l’Eufrate le FDS gestiscono giacimenti petroliferi, tra cui quello di al-Omar. I Curdi, però, dovrebbero mettere alle spalle le persecuzioni governative di questi anni nei loro confronti.

Nel caso di abbandono statunitense verso i Curdi potrebbe approfittare la Russia che da tempo cerca di mediare tra Assad e le milizie. E questo sarebbe funzionale nel discorso post-guerra e in quello politico in cui si dovrà decidere il destino del regime baathista e del suo potere.

Alcuni analisti hanno ipotizzato che il vuoto di potere nella Siria nord-orientale favorirebbe ulteriormente l’asse della resistenza (Russia-Iran-Siria) e farebbe il suo gioco, perché da questi Paesi viene chiesto il ritiro delle truppe a stelle e strisce, e di diminuire la credibilità statunitense nella regione mediorientale.

È tutto in divenire ma la Turchia, che agisce principalmente perché insoddisfatta dalle condizioni e dall’implementazione della safe-zone nel nord-est siriano con gli USA, e per debellare i Curdi, dovrebbe badare a non compiere passi falsi ed eccessivi a livello militare per non rivestire un ruolo di secondo piano con Putin, Assad e Rohani e per non inimicarsi gli Stati Uniti. Anche se una rottura definitiva dei rapporti tra le due parti appare altamente improbabile.

Forse gli Stati Uniti, affidando ad Ankara la gestione dei numerosi miliziani ISIS e mettendola in una posizione di potenziale difficoltà nei confronti dei suoi alleati, magari sfruttando anche una possibile divergenza di vedute, vogliono farle assaporare il rischio di aver provato ad avvicinarsi eccessivamente alla Russia sul dossier militare, come nel caso della fornitura dei missili S-400.

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