Proteste in Egitto – la prima volta di Al-Sisi

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22.3″][et_pb_row _builder_version=”3.22.3″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.0.47″][et_pb_text _builder_version=”3.0.74″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”]

Venerdì sera centinaia di giovani si sono dati appuntamento in Piazza Tahrir, e in numerose altre città egiziane, in segno di protesta contro il Presidente Abdal Fattah al-Sisi. Nonostante la natura contenuta delle proteste, la polizia avrebbe reagito immediatamente attraverso l’uso di gas lacrimogeni per arginare le manifestazioni che, tuttavia, sono andate avanti fino alle prime ore del mattino di sabato.

La Commissione egiziana per i diritti e le libertà (ECRF), organizzazione attiva da tempo in Egitto che si occupa di monitorare la condizione dei detenuti in Egitto, ha dichiarato che le persone arrestate a Piazza Tahrir sono state almeno quattro, mentre il Centro egiziano per i diritti economici e sociali ha parlato di 36 arresti, avvenuti tra il Cairo e le altre città del Paese. Secondo i media, comunque, le persone fermate sarebbero almeno 150.

Le proteste giungono all’indomani della diffusione, attraverso i social, di un videomessaggio di Mohamed Ali, imprenditore edile che vive in Spagna. Nel video Ali, accusa al-Sisi di corruzione e sollecita il Ministro della difesa, Mohamed Zaki, a procedere all’arresto del Presidente. Inoltre esorta gli egiziani a rivendicare i loro diritti, appello che è stato accolto dai più giovani che durante le manifestazioni si sono uniti al canto di “Abbasso al-Sisi”.

Quello che sta accadendo in queste ore in Egitto potrebbe essere una notizia di particolare importanza. Ricordiamo che Al-Sisi è al potere dal 2014, dopo il colpo di Stato che ha destituito il breve governo guidato dai Fratelli musulmani che avevano vinto le elezioni dopo la fine del trentennale regime di Mubarak. Da quel momento l’Egitto vive in una condizione perenne di stato di emergenza, che nonostante sia una caratteristica comune al regime di Mubarak (che ha guidato il paese sotto uno stato di emergenza che si è protratto dal 1981 al 2012) ha creato nel Paese una limitazione ancora più asfissiante dei diritti civili e politici.

La Corte costituzionale già nel 2013, infatti, aveva annullato le norme che consentono la detenzione amministrativa durante lo stato di emergenza. Tuttavia nel 2015 il Presidente al-Sisi ha firmato la Legge 94 contro il terrorismo che ha attribuito alle autorità poteri straordinari e ha, nei fatti, permesso una limitazione arbitraria del diritto di libertà di espressione, associazione e manifestazione pacifica.

A queste limitazioni, si deve aggiungere un clima di terrore favorito dall’aumento del numero delle esecuzioni. Secondo la Rete araba per l’informazione sui diritti umani, da quando al-Sisi è al potere, 3000 persone sono state condannate a morte dai tribunali egiziani. Un aumento significativo rispetto alle 800 condanne dei sei anni precedenti (dati Amnesty international).

Oltre alla crisi delle libertà fondamentali, si è registrato anche il collasso del sistema sociale. Secondo l’agenzia statistica ufficiale gli egiziani che vivono sotto la soglia della povertà sono passati dal 17% del 2000, al 33% del 2015. Condizione che ha contribuito ad alimentare il malcontento della popolazione causato sia dall’aumento del prezzo dei generi alimentari, che da una politica economica incentrata sull’austerità. Questi elementi ci permettono di comporre il mosaico della grave crisi che sta investendo l’Egitto. Gli eventi politici, successivi al 2011, hanno soffocato quel sentimento di rivolta che si sta risvegliando per la prima volta. Una bomba politico-sociale che potrebbe esplodere nelle mani del Presidente al-Sisi.

[/et_pb_text][et_pb_image src=”https://iari.site/wp-content/uploads/2019/12/1.jpg” admin_label=”banner dossier” _builder_version=”3.24.1″ locked=”off”][/et_pb_image][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

Latest from Flash News

La Russia, la Cina e "la Forza della Siberia"

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22.3″][et_pb_row _builder_version=”3.22.3″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.0.47″][et_pb_text _builder_version=”3.0.74″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] Forza della Siberia.

IL CONGO HA LE ORE CONTATE

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22.3″][et_pb_row _builder_version=”3.22.3″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.0.47″][et_pb_text _builder_version=”3.0.74″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] Lunedi 25 Novembre

MERKEL VS MACRON: L’UE HA BISOGNO DI UN ESERCITO EUROPEO?

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22.3″][et_pb_row _builder_version=”3.22.3″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.0.47″][et_pb_text _builder_version=”3.0.74″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] Hanno destato scalpore

Per preservare la propria immagine Ankara deve tenere a bada i ribelli dell’ESL

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22.3″][et_pb_row _builder_version=”3.22.3″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.0.47″][et_pb_text _builder_version=”3.0.74″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] A seguito dell’accordo

CRESCONO I VOLUMI SULLA ROTTA ARTICA

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22.3″][et_pb_row _builder_version=”3.22.3″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.0.47″][et_pb_text _builder_version=”3.0.74″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] Il riscaldamento climatico