Sudafrica: obiettivi e criticità del sistema penale nella lotta contro la violenza di genere

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#AMINEXT è l’hashtag che da qualche settimana dà voce a migliaia di donne che il 5 Settembre sono scese in piazza in segno di protesta contro il femminicidio. Donne di tutte le età e di diversa estrazione sociale hanno marciato vestite di viola e nero, verso la sede del Parlamento e il centro congressi, dove in quei giorni era in corso il Forum economico mondiale. Le proteste giungono dopo la morte di Uyinene Mrwetyana, diciannovenne stuprata e brutalmente uccisa da un impiegato della posta.  Il caso Uyinene, non è isolato in Sudafrica, ed arriva dopo il recente assassinio della campionessa di pugilato Leighandre Jegels, colpita con un’arma da fuoco dall’ex fidanzato su cui, tra l’altro, era già stato emesso un ordine restrittivo.

La violenza di genere è un problema che affligge pesantemente la società sudafricana. Il Ministro delle donne, Maite Nkoana-Mashabane, ha affermato che solo nel mese di agosto ci sono stati trenta casi di femminicidio e che secondo i dati della polizia sudafricana nel periodo 2017-2018, le vittime, sono state 2.930[i].

Tuttavia il Sudafrica, almeno sul piano formale, si pone come pioniere nella lotta contro la violenza sulle donne. La fine dell’apartheid, infatti, ha aperto la strada ad una legislazione incentrata sui diritti umani e l’uguaglianza di genere.  Ad una prima osservazione, alcune forme di tutela si possono già riscontrare nella Costituzione del 1996[ii] e negli emendamenti successivi. L’articolo 9 sancisce il divieto di discriminazione, oltre che per motivi di religione, origini etniche e sociali, anche in base al sesso, genere e maternità. L’articolo 12, invece, comprende diverse disposizioni che sanciscono il diritto di ogni cittadino alla sicurezza personale, all’integrità fisica e psicologica, ad avere il pieno controllo del proprio corpo, a non subire nessuna tortura o trattamento degradante e a “prendere in piena autonomia le decisioni riguardanti la riproduzione”. Inoltre ci sono diversi articoli a livello costituzionale, che ribadiscono la parità di genere in ambito politico, sociale, culturale e giuridico (art. 19; 22; 23; 29; 35 etc).

Oltre a queste disposizioni, il sistema sudafricano ha recepito i trattati internazionali sui diritti umani e l’uguaglianza di genere, come la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) ratificata dal Sudafrica nel 1995[iii]. Proprio per queste ragioni, la Costituzione sudafricana è stata addirittura definita, sia dai compatrioti, che dall’opinione pubblica, tra le più femministe del periodo. Sul piano della legislazione statale, il Sudafrica ha adottato negli anni diverse leggi in tutela delle donne. Sono di particolare rilievo: il Domestic Violence act n. 116 del 1998[iv]; il Criminal Law (Sexual Offences And Related Matters) Amendment Act n.32 del 2007[v], emendato nel 2013.

La legge 116/1998 è stata accolta con particolare entusiasmo dagli attivisti in quanto, oltre a porsi l’obiettivo di combattere la violenza contro le donne, introduce alcune garanzie per quest’ultime in caso di abusi. La norma disciplina una varietà di casi riconducibili a forme di violenza domestica: molestie; stalking; violenza verbale e psicologica; abuso emotivo, fisico o sessuale; intimidazione e qualsiasi altra forma di controllo psicologico e/o fisico. Inoltre attribuisce ai giudici il potere di emanare ordinanze restrittive, estendendole dal domicilio al luogo di lavoro della vittima, nei confronti dell’autore dell’atto, e impone a quest’ultimo di provvedere al mantenimento finanziario della vittima nonostante l’obbligo di abbandonare la casa coniugale.

Il Criminal Law, invece, regola tutte gli aspetti legali volti a perseguire i reati di natura sessuale. Per “reati sessuali” ci si riferisce a tutte quelle azioni di natura sessuale compiute senza il consenso della vittima: situazioni in cui un individuo è costretto ad assistere a condotte sessuali; sfruttamento sessuale, oltre che delle donne, anche dei bambini o individui con disabilità mentali; qualunque tipo di azione finalizzata a incitare un individuo ad avere un rapporto sessuale o a commettere reati di tale natura. Inoltre ha istituito un registro nazionale degli autori di reati sessuali e prevede il diritto all’assistenza sanitaria per le vittime.

Questi due atti sono pilastri fondamentali nella lotta contro la violenza di genere e hanno rafforzato le aspirazioni democratiche del Paese. Inoltre hanno ampliato il campo di azione del sistema giuridico, sia allargando la tipologia dei reati perseguibili come casi di violenza domestica e sessuale, che introducendo alcune garanzie economico-sociali a favore delle vittime. Tuttavia, nonostante la loro portata giuridico-formale, non sono stati in grado di garantire una protezione sostanziale alle donne. Limite riscontrato anche nel successivo Protection From Harassment Act, adottato nel 2011, che ha esteso il reato di molestia, senza introdurre però particolari novità sulla concreta attuazione delle norme.

Ovviamente la questione ruota intorno a tutti quegli ostacoli strutturali che impediscono la realizzazione di una società fondata sulla parità di genere. Questi limiti riguardano ad esempio le disparità economiche e la relativa possibilità di accedere ad un’istruzione superiore, che creano una linea di demarcazione tra le donne delle aree urbane e coloro che vivono nelle aree rurali. Differenze che determinano la reale possibilità, o meno, di ribellarsi agli abusi ed emanciparsi dal nucleo familiare. A questi ostacoli va ad aggiungersi l’inefficienza organizzativa del sistema sudafricano caratterizzato dalla distribuzione delle corti su tutto il territorio che prendono la maggior parte delle decisioni, mentre la Corte Costituzionale, che dovrebbe pronunciarsi in tutela dei diritti umani, viene interpellata in casi limitati. Inoltre i magistrati e i giudici delle corti extraurbane sono spesso guidati da un forte conservatorismo che si traduce, sul piano concreto, sia in una maggiore difficoltà delle donne nel denunciare gli abusi che nell’incapacità dei tentativi di riforma di attecchire nelle società rurali.

La debolezza del sistema sudafricano emerge anche dal Report sulla violenza contro le donne del 2016[vi], che ha evidenziato un livello elevato e persistente di casi di violenza domestica, con particolare incidenza nei ceti meno abbienti. Il Rapporto ha evidenziato che 3 uomini su 4 hanno perpetrato azioni violente contro le donne e che almeno metà delle donne sudafricane sono state vittima di abusi nella loro vita. Tuttavia non disponiamo di precisi dati statici e questa incertezza si riflette anche sul numero dei casi di stupro, le cui denunce vengono registrate dal South African Police Service.

È necessario un intervento politico su più strati della società attraverso, ad esempio, un aumento dei fondi statali al servizio dei dipartimenti di polizia e delle vittime finalizzati, tra le altre cose, alla creazione di strutture in grado di sostenere e ospitare i denuncianti. Allo stesso tempo è giunta l’ora di avviare un percorso di sensibilizzazione verso il tema della violenza di genere promuovendo percorsi formativi rivolti sia ai giudici, che troppo spesso tendono a sminuire la gravità delle denunce, che ai professori e agli studenti di tutte le età.

È chiaro che la questione si inserisce nel già complesso quadro storico-politico del Sudafrica. Un Paese che come le sue donne, a sua volta, cerca di emanciparsi dalla violenza con enormi difficoltà. Gli ambiziosi obiettivi che persegue devono essere accompagnati da misure concrete in grado, oltre che di rimuovere gli ostacoli materiali, anche di eliminare tutti quei limiti culturali che continuano ad impedire l’evoluzione della società. Il Sudafrica non può e non deve arrendersi!


[i] https://www.aljazeera.com/indepth/inpictures/3-hours-woman-murdered-south-africa-190905103533183.html?fbclid=IwAR2CbU6mMinomksgI5558HNM9xXD1rWf__ecJjEy6VhCkmxsRM-QF51BfBs

[ii] https://www.gov.za/documents/constitution/constitution-republic-south-africa-1996-1

[iii] https://www.ohchr.org/Documents/ProfessionalInterest/cedaw.pdf

[iv] http://www.justice.gov.za/legislation/acts/1998-116.pdf

[v] http://www.justice.gov.za/legislation/acts/2007-032.pdf

[vi] http://evaw-global-database.unwomen.org/-/media/files/un%20women/vaw/country%20report/africa/south%20africa/sr%20south%20africa.pdf?vs=1107

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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