Nel focolaio bahreinita l’Italia cerca di ritagliarsi un posto al sole

Impossibilitata dal poter esercitare il ruolo del “pompiere” nell’incendio di Manama, Roma può sfruttare le buone relazioni commerciali, i rapporti culturali e tenere sott’occhio le opportunità legate agli investimenti della monarchia.

Tensioni settarie e scontro Sauditi-Iraniani
Le proteste a sfondo settario che negli ultimi anni hanno scosso il Bahrein non possono essere analizzate in maniera isolata rispetto allo scontro tra Arabia Saudita e Iran per il controllo della regione mediorientale. Le divisioni politico-settarie tra Sciiti e Sunniti iniziarono negli anni ’70 e sfociarono in ampie manifestazioni da parte dei primi che costituiscono la maggioranza e quindi circa il 70% della popolazione e si concentrano nelle province costiere orientali del Paese ricche di petrolio[1]. Essi hanno chiesto, fin da quel momento, l’introduzione di una Costituzione che potesse rappresentarli maggiormente e che arrivò nel 1973 ma che venne sospesa due anni dopo, generando nuove massicce rivolte soffocate con la repressione. Dal 2002 il Bahrein è una monarchia costituzionale e il Primo ministro viene nominato dal re.

Nel 1999 il sovrano Hamad Al-Khalifa aveva promesso di avviare un programma di riforme che, in realtà, già prevedeva la reintroduzione della Costituzione del ’73. Nel dettaglio, fu realizzata una versione più autoritaria rispetto alla precedente senza nessuna consultazione popolare. Perciò l’esecutivo ha mantenuto costantemente il diritto esclusivo di iniziativa legislativa e formare partiti politici è considerato illegale. La casa reale appartiene alla minoranza sunnita che negli ultimi anni ha rafforzato sempre più il proprio potere a danno degli sciiti che hanno accusato la dinastia regnante di repressione, corruzione e di mancato rispetto dei diritti umani.

Questa situazione è stata alla base delle proteste che nel 2011 hanno interessato il Paese sulla scia di quelle che hanno caratterizzato gli altri Paesi arabi come Tunisia, Egitto, Yemen, Siria. Gli sciiti del Bahrein, che rivendicano uguaglianza sociale e politica, nonché la transizione verso una monarchia costituzionale nella quale avere maggiore rappresentatività, si sono fatti forti della presenza di una consistente comunità presente nella provincia orientale dell’Arabia Saudita e dell’Iraq meridionale, che ha stretto importanti legami politici e religiosi con l’Iran. A tal proposito, nel 2006 un funzionario statale ha affermato l’esistenza di reali legami tra Iran, le milizie paramilitari del gruppo libanese degli Hezbollah e gli Sciiti della piccola monarchia.

Le discriminazioni compiute fino al 2011 e oltre nei confronti degli Sciiti vengono osservate con attenzione dalla Repubblica islamica che sfrutta la repressione come carta da giocare per accusare l’acerrimo rivale saudita. Il Bahrein, da parte sua, ha più volte sostenuto che dopo la rivoluzione khomeinista del 1979 Teheran ha cercato di influenzare le dinamiche geopolitiche del Paese tentando di organizzare anche un colpo di stato con l’appoggio del Fronte Islamico per la liberazione del Bahrein, ma senza ottenere i risultati sperati. L’attenzione del governo nazionale non è mancata: infatti, nel 1996 è stata annunciata la cattura di un gruppo di golpisti che probabilmente sarebbero stati addestrati dagli Hezbollah e dalla Guardia rivoluzionaria iraniana. A questo si è aggiunto, negli anni, il timore che l’Iran non riconoscesse il risultato del referendum organizzato dall’ONU che nel 1971 ha concesso l’indipendenza al Paese dal Regno Unito e che tentasse, in qualche modo, di occupare militarmente alcune aree. Infatti l’Iran dal 1971 al 1987 ha rivendicato la sovranità sulle isole di pertinenza di Manama.

Prima del 2011 la posizione della monarchia sul dossier repressione si è leggermente indebolita ma ciò non ha segnato un cambiamento sostanziale dei rapporti con la maggioranza sciita che ha appoggiato il partito più estremista, al-Haq, che chiedeva le dimissioni della monarchia. Così come tal partito, alcune organizzazioni e gruppi vicini agli Sciiti optavano per la creazione di una monarchia costituzionale con l’elezione di un Primo ministro e con la formazione di un governo che potesse rappresentare tutta la popolazione e risolvere problematiche, come la disoccupazione, che affliggevano la maggioranza. Nello stesso anno l’Arabia Saudita, per evitare il rischio di contagio delle proteste in alcuni territori nazionali, è intervenuta affianco dei poliziotti emiratini. L’anno successivo alle proteste gli Sciiti, rappresentati dai loro gruppi, si sono fatti sentire per la possibile nascita di riforme costituzionali che attribuissero più potere al Consiglio dei rappresentanti, ovvero la parte eletta del Parlamento.


Hamad bin Isa Al Khalifa con il presidente americano, Donald Trump

Il 2019 è stato un anno particolare per la piccola monarchia del Golfo che non è stata risparmiata dalle tensioni a sfondo religioso che nel mese di marzo hanno visto il dissidente politico I. Sharif finire in carcere per aver pubblicato sui social un commento ritenuto offensivo nei confronti dell’ex Presidente sudanese Bashir, chiedendone le dimissioni. Questo perché il Bahrein è alleato dell’Arabia Saudita che recentemente ha ricucito i rapporti con Khartoum. In generale, la monarchia ha intrattenuto rapporti clientelari con la minoranza sunnita, discriminando politicamente e nell’ambito economico gli Sciiti. Inoltre, i distretti elettorali vedono come favoriti i sunniti, mentre gli Sciiti sono sotto rappresentati nell’amministrazione pubblica e in tutti gli enti controllati dallo Stato. Le politiche adottate dal governo hanno favorito la naturalizzazione di immigrati sunniti da impiegare nelle forze armate.

E ancora, il 27 luglio le autorità nazionali hanno applicato la pena di morte contro tre cittadini che sono stati giustiziati per accuse di terrorismo e omicidio di due ufficiali di polizia e di un imam di una moschea. Non mancano arresti arbitrari ed esecuzioni di oppositori e leader di partiti religiosi sciiti. La maggioranza contesta l’esclusione dai ranghi elevati, dall’esercito e dalle principali cariche direttive di tutti i ministeri chiave (Esteri, Giustizia, Interno e Difesa).

Far sì che il Bahrein resti un Paese sicuro, stabile, lontano da qualsiasi ipotesi di radicalizzazione e terrorismo fa comodo all’Arabia Saudita ma anche agli Stati Uniti che vi hanno collocato la loro Quinta Flotta e che in passato hanno sfruttato la posizione geopolitica per le campagne militari in Iraq nel 1991 e in Afghanistan nel 2003. La Quinta Flotta esercita una funzione di deterrenza nei confronti dell’Iran e permette di monitorare la sicurezza dei traffici commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz. Il 78% della produzione giornaliera di petrolio bahrenita proviene da un giacimento offshore gestito da Riyad ma in generale il Paese non è un grande produttore di greggio. Accanto agli interessi geo energetici, la comunità internazionale dovrebbe focalizzarsi maggiormente sul tema del rispetto dei diritti umani. Una più significativa acutizzazione delle tensioni tra la monarchia e gli Sciiti potrebbe contagiare altre aree dove essi sono in netta maggioranza, come in Arabia Saudita e Iran, e potrebbe unirsi anche al malcontento e alla repressione dei Fratelli Musulmani in Egitto, per esempio.


Italia-Bahrein: rapporti economici e non solo

Nello scacchiere mediorientale, quindi in Bahrein, la sicurezza e la stabilità politica sono fattori determinanti che permettono al governo italiano di intrattenere buoni rapporti diplomatici ed economici con le varie potenze regionali. Nel caso del Bahrein, il governo nazionale ha promosso nel tempo importanti progetti, accordi bilaterali di libero scambio e di diversificazione economica e facilitazioni alle imprese. Lo sviluppo industriale di Manama risale agli anni ’70-’80 ed è basato su macchinari e tecnologia. L’Italia ha esportato sempre più articoli di abbigliamento, mobili, macchinari e apparecchiature industriali e prodotti alimentari. Le relazioni commerciali tra i due Paesi sono positive.

Il mercato bahrenita resta limitato ma presenta un trend in crescita. Nel 2018 l’interscambio è aumentato del 46% con un valore di 530 milioni di euro. Le esportazioni bahreinite verso l’Italia hanno registrato un incremento del 152% per un valore di 278 milioni di euro[2]. Manama esporta in Italia prodotti ottenuti dalla raffinazione del petrolio e alluminio.
Stando ai dati ISTAT del 2018, l’Italia è stata il dodicesimo fornitore del Bahrein, evidenziando l’attivismo della SACE (Società per azioni del gruppo italiano Cassa depositi e risparmi), specializzata nel settore assicurativo-finanziario e nella protezione degli investimenti. L’Italia costituisce un punto di riferimento per il Bahrein nell’export di macchinari, impianti, mobili e materiali da costruzione, mezzi di trasporto, di capi d’abbigliamento, di prodotti agroalimentari. Nel Paese del Golfo sono stati realizzati progetti infrastrutturali e turistico-residenziali.

Manama ha svolto un ruolo attivo nel 2016 con la prima operazione in Italia del fondo sovrano bahrenita Mumtalakat che opera nel settore socio-sanitario ma ha rafforzato la propria cooperazione con Roma nell’ambito della raffinazione del petrolio e in quello petrolchimico. L’anno successivo si è assistito ad un progetto di ammodernamento della BAPCO (Bahrein Petroleum Company) dal valore di 4,2 miliardi di euro per cui sono state assegnate commesse a Danieli e Prysmian. Inoltre, sempre nello stesso anno è stato inaugurato un ufficio di rappresentanza della Leonardo S.p.a., mentre nel 2018 lo stabilimento Ariston Thermo per la produzione di boiler elettrici.

Il 2017 ha visto anche l’incontro tra una delegazione di vertice del Bahrein che ha presentato in Confindustria le opportunità ed i vantaggi che il regno può riservare a investitori e imprese italiane. Si è affermato che gli scambi commerciali sono cresciuti del 37% e che è necessario puntare sulla diversificazione dell’economia del regno, attirando investimenti, anche italiani. L’Italia segue con zelo il programma di investimenti lanciato dalle autorità del Bahrein che potrebbe aprire le porte a imprese in settori strategici come quello delle infrastrutture, dei trasporti e dell’energia.

Il 29 marzo 2019 l’ambasciatore d’ Italia in Bahrein, Domenico Bellato, ha inaugurato, assieme al Presidente bahreinita della BACA (Bahrein Authority for Culture and Antiquities) Shaikh Al-Khalifa la “scena madre” allestita dall’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino presso il foyer del Teatro Nazionale del Bahrein. Questo evento ha consentito di guardare all’evoluzione scenica teatrale in Italia e di far ottenere più visibilità al programma culturale che abbraccia il “Mediterraneo allargato” con lo scopo di sviluppare il dialogo partendo dalla valorizzazione delle differenti identità culturali e sociali e coniugando tradizione e innovazione.

Sulla base dell’accordo sulla promozione e protezione degli investimenti con protocollo annesso del 2006 siglato tra Emma Bonino, allora Ministro del commercio internazionale e delle politiche europee e il Ministro delle finanze Ahmed Bin Mohamed Al-Khalifa, l’Italia potrebbe continuare a sfruttare il miglioramento della cooperazione economica tra i due Paesi, puntando, per esempio, sul “Made in Italy“, su beni come auto di lusso (Ferrari, Alfa Romeo) moto, scooter Ducati e Piaggio.

Roma potrebbe, inoltre, considerare con maggiore interesse i lavori per la realizzazione della metropolitana bahrenita che rafforzerà ulteriormente la posizione del regno per le infrastrutture di trasporto civile. Il progetto, secondo, la testata “Gulf daily news“, sarà completato e diventerà operativo entro il 2023 con un costo stimato tra 1-2 miliardi di dollari. La linea ferroviaria sarà lunga circa 109 km e mira a rafforzare il collegamento con l’Arabia Saudita.


[1] Cfr. http://www.limesonline.com/la-rivolta-in-bahrein-tra-iran-e-arabia-saudita/32856

[2] http://www.infomercatiesteri.it/paese.php?id_paesi=100#slider-1

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