Abiy Ahmed: il nuovo volto della leadership etiope ed africana affronta la sfida delle elezioni 2020

Al potere dal 2018, Abiy Ahmed Ali ha rinnovato la scena politica della Repubblica federale d’Etiopia, aprendo a scenari progressisti: sarà davvero una rivoluzione per il Corno d’Africa?

Dalla sua ascesa al potere, il 2 Aprile 2018, Abiy Ahmed Ali ha trasformato uno dei Paesi più divisi e problematici del continente nel miracolo economico, e non solo, del momento, tanto da essere da più parti considerato la “grande speranza” dell’Etiopia. Abiy Ahmed, a soli quarantatré anni, può già contare una vasta esperienza in tema di risoluzione di conflitti: appartenente alla categoria degli Oromo, il gruppo etnico maggioritario sebbene più marginalizzato del Paese, è cresciuto con una madre di religione cristiana e un padre di religione musulmana, ben consapevole dunque della necessità di comporre le proprie differenze in nome di un miglioramento generale della qualità della vita. Il suo vissuto si riflette nella sua attività politica, fatta di azione progressiste pur senza rinunciare al compromesso, cosa che lo ha reso bene accetto anche nelle fila dell’opposizione. Il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (EPRDF), coalizione maggioritaria al governo dal 1991, dopo la fine dell’egemonia di Haile Menghistu, ha individuato in lui il nuovo volto della leadership etiope. E, almeno finora, sembrerebbe una scelta molto accorta: solo nei suoi primi cento giorni di potere, Ahmed ha liberato centinaia di prigionieri politici, ed ha da subito riaperto i negoziati con la vicina Eritrea per una rapida e definitiva soluzione del conflitto avente ad oggetto il “triangolo di Badme”[1].

Il triangolo di Badme, area contesa

 Le tensioni tra i due paesi, originatesi più per ragioni di prestigio che per una reale utilità del territorio conteso, non si sono infatti mai sopite, nemmeno con la pronuncia della Commissione Indipendente delle Nazioni Unite a favore dell’Eritrea. Il primo ministro Etiope ha dato prova di una reale e concreta volontà di pacificare la regione, arrivando, nel Settembre 2018, alla riapertura dei confini tra i due Paesi, mossa che tra l’altro ha assicurato all’Etiopia l’accesso al porto di Assab, vitale per un Paese di 100 milioni di abitanti ma privo di sbocchi costieri. Ma non è tutto: Ahmed si è anche battuto per uno scenario politico più rispetto dell’uguaglianza tra generi, arrivando anche a nominare la prima donna, Meaza Ashenafi, come Presidente della Corte Suprema.[2]

Meaza Ashenafi, fondatrice dell’Ethiopian Women’s Lawyers Association e nominata presidente della Corte suprema federale dell’Etiopia dall’Assemblea Parlamentare Federale, la prima donna a ricoprire questo ruolo

Tutto questo è valso al primo ministro etiope la nomina di riformatore, nonché l’approvazione di tutti i partiti, che sono dunque stati ben più propensi ad approvare le riforme da lui proposte. Ma è davvero tutto oro ciò che luccica? Un nuovo ostacolo si profila all’orizzonte per Abiy Ahmed Ali: le elezioni generali del 2020. L’Electoral Institute for Sustainable Democracy in Africa (EISA) segnala le elezioni per il Parlamento ed i Consigli di Stato a Maggio 2020[3], dopo i ritardi avutisi già nel 2019. Le suddette elezioni saranno le prime da quando il Primo Ministro ha assunto la carica e destano non poche preoccupazioni, specialmente nelle fila delle opposizioni: durante le precedenti elezioni del 2015, il partito di maggioranza ha ottenuto tutti i 547 seggi del Parlamento. Tale risultato ha suscitato non pochi dubbi e sospetti circa la regolarità delle elezioni, puntando i riflettori sulla corruzione e sul malgoverno del Paese[4]. In quattro anni l’Etiopia sembra però aver compiuto molta strada, specie sotto la guida di Ahmed Ali. Il Primo ministro sostiene, infatti, che le elezioni avverranno nei tempi previsti e che il suo apparato politico ha stanziato somme sostanziose per l’implementazione delle infrastrutture utili allo svolgimento del voto. Anche i leader dell’opposizione si sono espressi sul prossimo confronto elettorale. Il 21 Agosto, il portavoce del Fronte nazionale per la Liberazione dell’Ogaden, Abdirahman Mahdi Madey, ha dichiarato la necessità che le elezioni si tengano nei tempi previsti o che, in caso contrario, siano assicurati altri mezzi alle rappresentanze partitiche di minoranza per far sentire la propria voce.

In definitiva, con cosa deve davvero fare i conti Abiy Ahmed Ali ? Innanzitutto, con le accuse di ambiguità: sebbene sia a capo di un governo marcatamente federalista, già dall’inizio del suo mandato ed ancora di più dall’inizio del 2019, il primo ministro richiama, in ogni suo discorso, ai paradigmi della “unicità” e della “etiopicità”. Detti richiami, innervosiscono non poco i queeroo[5], gli esponenti del Fronte Oromo (il gruppo etnico a cui appartiene lo stesso primo ministro) ed i nazionalisti. I queeroo in particolare minacciano l’uso della forza se i risultati elettorali non rispecchiassero la composizione etnica del Paese. Sembra, in definitiva, che il primo ministro voglia mantenersi in bilico tra le diverse componenti politiche perché intende giocare la carta della riforma costituzionale, muovendo verso una forma di governo presidenziale. Detta riforma costituzionale dovrebbe però attuarsi solo una volta che “sarà ricostruita la fiducia nelle istituzioni”.

Bandiera del Fronte di liberazione Oromo

Proprio la fiducia nelle istituzioni democratiche etiopi è il secondo nodo con cui Ahmed dovrà fare i conti. Più di un esponente del partito di maggioranza, tra cui lo stesso primo ministro, hanno espresso più volte la possibilità che elezioni vengano rinviate per consentire al popolo etiope di ricostruire un legame con le istituzioni politiche del paese. Sebbene consapevoli del pericolo di un prolungamento dei termini per gli esponenti del potere attualmente in carica, è stato dichiarato, un pericolo ancora peggiore potrebbe venire nel tenere elezioni prima che il Paese sia effettivamente pronto. Ne emerge una classe politica “pigra” non effettivamente in grado di porre priorità al proprio lavoro, e che proprio per questo sta attualmente dovendo fare i conti con, ed ecco il terzo problema, spaccature e tensioni nella stessa maggioranza, parallelamente al riaccendersi delle tensioni etniche nel Paese.

Le elezioni del 2020 si terranno davvero? E, quand’anche si svolgessero regolarmente, potrebbero avere un vero vincitore? È probabile che la coalizione guidata da Ahmed Ali possa subire una sconfitta, ma è altamente improbabile che emerga una maggioranza solida, in grado di completare la transizione democratica che il Paese sta attraversando. Il primo ministro potrebbe approfittarne per imporsi come unica alternativa per il Paese, uomo forte alla guida di una “democrazia illiberale”.[6] Mentre le tensioni aumentano progressivamente ad Addis Abeba, e la scadenza elettorale si approssima la domanda a cui occorre trovare risposta è probabilmente, una sola: Abiy Ahmed Ali è davvero “l’uomo dei miracoli” dell’Etiopia, o sta solo aspettando il momento giusto per tentare la sua personale scalata al potere autoritario?


[1] https://www.aljazeera.com/indepth/opinion/ethiopia-eritrea-conflict-20-years-brothers-war-180506082447762.html

[2] https://thisisafrica.me/africans-rising/ashenafi-first-woman-federal-supreme-court-pres/

[3] https://www.eisa.org.za/index.php

[4]http://ethiopiaforums.com/ethiopia-after-its-electoral-drama-second-renewal-imminent-open-democracy/24806/

[5] https://qeerroo.org ; https://www.lindro.it/qeerroo-lavanguardia-della-rivoluzione-oromo-in-etiopia/

[6] https://www.ethiopia-insight.com/2019/02/27/ethiopian-elite-lost-in-electoral-maze-under-abiys-gaze/

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