SOMALIA e SOMALILAND: QUO VADIS!

Tra crisi economiche ed umanitarie che si susseguono in rapida successione, le fragili relazioni tra Somalia e Somaliland rischiano di deteriorare ulteriormente la situazione interna del Paese. La rapida ripresa dei negoziati sembra essere l’unica soluzione efficace nel medio e lungo periodo.

La Somalia rappresenta uno dei casi più emblematici al mondo di stato fallito: uno stato cioè, secondo il dettato del diritto costituzionale in cui il potere centrale non riesce a mantenere l’effettivo controllo sul territorio. D’altronde, il Paese è stato protagonista di drammatici anni di guerra civile che, uniti a cicliche carestie ed emergenze umanitarie, nonché al dilagante problema della pirateria, hanno minato dalla base le fondamenta dello Stato di diritto, impedendo ogni tentativo di ripristino strutturale e duraturo degli organi statuali. In questo clima già non felice, si inserisce il mai sopito problema delle difficilissime relazioni con il Somaliland, la regione Nord della Somalia il cui territorio corrisponde quasi integralmente all’ex Somalia inglese. Dopo la feroce repressione del regime di Siad Barre, nel maggio del 1991 il Somali National Movement ha proclamato l’indipendenza della Repubblica del Somaliland sulla base delle linee di appartenenza etnico claniche. Quest’ultimo, si è sempre rifiutato di partecipare ai colloqui di pace per la Somalia, cercando di consolidare anche agli occhi della comunità internazionale la sua posizione autonoma rispetto a Mogadiscio. Sebbene la questione negli anni fosse rimasta marginale, non essendo il Somaliland riuscito ad ottenere l’ambito riconoscimento internazionale, nelle scorse settimane nuove fragilità all’interno del Paese hanno riacceso le tensioni tra Mogadiscio e Hargheisa[1].

L’intero territorio somalo ha visto il rinvigorirsi, nel mese di Luglio 2019, degli attacchi di al-Shaab ( “i ragazzi” ), il gruppo affiliato ad al-Qaida. La regione del Somaliland ha approfittato della situazione interna al Paese per ricercare nuovi alleati nella regione, dopo che Etiopia, Turchia e Gibuti hanno deciso di aprire un consolato nel Paese. Il Kenya, per il suo coinvolgimento nella stabilizzazione della Somalia, è da sempre uno degli obiettivi privilegiati del gruppo armato. Nairobi ha quindi avviato una serie di azioni di rastrellamenti nei villaggi di frontiera, sospettando che la zona boschiva tra i due Paesi possa fungere da nascondiglio per gli appartenenti alla cellula terroristica. Il casus scoppia a fine giugno, quando sull’account Twitter del ministero degli esteri kenyota compare un controverso tweet nel quale si da conto dell’incontro tra il ministro degli esteri del Paese ed il suo corrispettivo in Somaliland per discutere di “interessi comuni” ed in cui il Somaliland è stato definito uno stato, creando un incidente diplomatico con Mogadiscio[2]. In realtà questo appare solo come l’ultimo passo in relazioni sempre più fredde tra Kenya e Somalia, che da febbraio si contendono una zona marittima intorno a Jamaane, ricca di giacimenti di gas e petrolio. Non stupisce quindi che Hargeisa abbia volto la sua attenzione a Nairobi, in cerca del tanto agognato riconoscimento internazionale, per di più da un esponente di spicco nella regione del Corno d’Africa. D’altronde, il Somaliland ha sempre goduto e gode a tutt’oggi di una situazione interna più stabile di quella somala, e cerca di sfruttare la congiuntura interna a suo vantaggio sperando di raggiungere l’obiettivo che persegue da un trentennio.

È fondamentale però comprendere la necessità di ritornare presto al tavolo dei negoziati per arrivare ad una soluzione condivisa, in grado di pacificare in modo duraturo la regione. Questo per due ordini di ragioni: innanzitutto, le tensioni alterne non fanno che rafforzare l’influenza di al-Shaab nel territorio: agli occhi dei somali, infatti, il governo centrale fallisce ancora una volta nel promuoversi come portatore di pace e sicurezza nello Stato, come peraltro reso evidente dalla decisione del Consiglio di Sicurezza di prorogare la missione dell’Amisom fino al 2020[3], stante la perdurante fragilità delle istituzioni e la persistente crisi umanitaria, che potrebbe inasprirsi nei prossimi mesi a causa del ripresentarsi di un preannunciato nuovo periodo di carestia. Hargeisa e Mogadiscio potrebbero utilmente unire le loro forze di intelligence, per ottenere una più efficace risposta alla minaccia terroristica. Oltre alle contingenze interne non bisogna dimenticare l’influenza degli altri attori internazionali, portatori di diretti interessi nel territorio. Primi tra tutti, gli Emirati Arabi Uniti, che intrattengono strette relazioni con il Somaliland, e che poco gradirebbero una risoluzione della controversia interna non conforme o non rispettosa dei loro interessi.

Non bisogna dimenticare infine la vicinanza del Somalia allo Yemen ed il pericolo, non trascurabile, che epidemie e carestie contagino la regione proprio da quel canale. Tuttavia, con ogni probabilità, il ripristino del dialogo potrà iniziare solo dopo lo svolgimento delle elezioni sia in Somaliland che in Somalia, da tenersi rispettivamente nel 2020 e nel 2021. Questo ritardo, sebbene non auspicabile, potrebbe però essere necessario per trovare un mediatore efficace tra i due interlocutori. Sebbene sia l’Etiopia che la Turchia si siano attivamente impegnate nella regione, al momento entrambe sono viste con diffidenza o da una o dall’altra parte a causa dei rapporti e con la fazione opposta, e con gli Emirati. La scelta migliore per una eventuale mediazione sembrerebbe dover ricadere sull’Unione Africana, come già auspicato dallo stesso consiglio di sicurezza, in quanto attore assolutamente imparziale.[4]

È necessario l’impegno di tutta la comunità internazionale nel promuovere quella strategia di “dual track” che, sebbene in auge dal 2011, fatica ad affermarsi come strategia vincente nel Paese[5]. Tale strategia, sebbene non imponga il riconoscimento internazionale, si propone di rafforzare le strategie di capacity building interne, concedendo aiuti e autonomie e andando progressivamente verso uno Stato federale. D’altronde, la diversa e più felice esperienza del Puntland dimostra che tale percorso è possibile, ed anzi potrebbe essere l’unica strada percorribile per stabilizzare definitivamente il Paese, obiettivo a cui dovrebbe comunque tendere anche il Somaliland, che in ogni caso risente delle tensioni interne. Tale compromesso potrebbe, inoltre dare una definitiva spinta all’economia che, sulle soglie di una ripresa trainata dalle rimesse e dal settore agricolo, fatica però a compiere il decisivo passo in avanti. Sarebbe opportuno, in conclusione, che i negoziati di pace riprendessero in un clima di reciproca collaborazione e cooperazione, tenendo in mente che gli obiettivi di Somalia e Somaliland non viaggiano necessariamente su due binari divergenti.

[1] Capitale putativa del Somaliland.

[2]qui il link al tweet

[3] https://www.securitycouncilreport.org/atf/cf/%7B65BFCF9B-6D27-4E9C-8CD3-CF6E4FF96FF9%7D/s_res_2472.pdf

[4] https://www.crisisgroup.org/africa/horn-africa/somalia/280-somalia-somaliland-perils-delaying-new-talks

[5] https://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/analysis_64_2011.pdf

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